Un bicchiere di farfalle

Sono pronta, stesa su di un letto zeppo di possibilità.

Mi sentivo pronta da un po’ ormai.
Un lasso di tempo che riesco solo a raffigurarmi come un unico lungo giorno.
Ero pronta, lo sentivo dentro, da qualche parte fra l’ansia del domani e l’inerzia di oggi.
Avevo capito fin da subito, nella mia breve infanzia, che il dolore era una moneta di scambio per i lampi di felicità, che uno raccoglieva come farfalle sotto ad un bicchiere, per poi osservarli morti; eternamente incorniciati.
Spesso guardo le mie farfalle; le riconosco ma è solo nella distrazione di un rapido sguardo che posso di nuovo dargli di nuovo vita, se le osservo con attenzione sembrano appartenere a qualcun’altro.
A volte, mi piazzo li davanti, con conscia abitudine, a guardarle lasciva e malinconica.
Ed è solo allora mi sento pronta, allerte, stesa su un letto di infinite possibilità con un bicchiere in mano.
Eccomi qua , osservo il mondo in cerca di emozioni a rapido rilascio, soddisfazioni precarie, chiacchiere da bar e labbra screpolate.
Qualsiasi cosa che cancelli con una liscia passata tutta l’apatia.
Mi domando se sono sola a provare queste cose, gli altri sembrano divertirsi tutto sommato; io li vedo cosi ben incastrati nel quotidiano scivolare delle cose, ed io sola mi sento, conficcata in mezzo a questa giornata.
Forse il mio problema è che esisto a metà fra il reale e l’immaginario mondo dove le cose vanno come vorrei.
Ed è forse questa la cosa che più odio di me, la cognizione di poterlo fare legata all’inerzia che mi circoscrive.
E allora me ne sto qua, stesa su di un letto zeppo di possibilità in fervida attesa.
Forse dovrei alzarmi, forse gli altri si alzano, cercano, dicono, fanno.
Ma è cosi dolce seguire il filo sconnesso delle mie aspettative.
Se devo dirla tutta ogni tanto ci provo, ad alzarmi intendo, la fuori nel frenetico avanzare del mondo, ma principalmente mi sento scomoda, come un pesciolino rosso schiaffato su un pavimento bianco.
Ho la mia teca dei ricordi, non sono sempre stata così, o almeno ci sono stati dei periodi in cui mi alzavo, cercavo, dicevo, facevo.
Quand’ero Bambina mi piacevano principalmente tre cose;
1. Strofinare i piedi sul copriletto poco prima di alzarmi
2. Gli spaghetti al pomodoro
3. Sfrecciare in bicicletta cantando a squarciagola le canzoni di Bob Marley
E potevo ripeterle all’infinito senza mai stancarmi, erano le mie ancore di salvataggio quando mi annoiavo o mi sentivo stretta nel mondo.
Da Ragazza mi piacevano principalmente tre cose;
1. Perdere coscienza e cognizione
2. Lamentarmi del mio dolore
3. Gli spaghetti al pomodoro
E le ho ripetute all’infinito, fino a perdere la cognizione della realtà e la coscienza di me stessa.
Da Donna mi piacciono principalmente tre cose ;
1. Quando, inaspettatamente, per strada sento il tuo profumo
2. Progettare e immaginare i miei mondi futuri
3. Gli spaghetti al pomodoro
E le ripeto all’infinito, senza sentirmene mai stanca, ed ogni volta che ti sento mi sorprendo come la prima volta.
Non sono sempre stata così, lo giuro.
Non giudicatemi.
Mi hanno scavato dentro una cazzo di fossa, e io pensando di trovarci dentro tu che scavavi e scavavi mi ci sono buttata dentro.
Canestro!

Ma ora ero pronta, di nuovo.
Mi vesto di speranze, stanotte.
E ti vengo a cercare.
Diamine se ti vengo a cercare, e ti aggiungo alla mia collezione.

La luce pulsa, c’è e non c’è.
Il posto è gremito di persone vestite a festa, che muovono i propri corpi in modo sconnesso.
Anche io sono vestita a festa, un vestito nero blu di velluto e degli anfibi consumati.
Appollaiata al bancone del bar mi guardo intorno come un aquila, guado la folla in cerca di farfalle.

La prossima storia tratterà

  • L'uomo che scava dentro Assia (100%)
    100
  • Il continuo di quella notte (0%)
    0
  • Il passato di Assia (0%)
    0
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