Moonlight

Prologo

“La mente, sfinita dai pensieri, ricambia il tormento vissuto con una fitta alla mia testa. Vorrei morire, ma non posso! Non adesso. Non è il momento, anche se sembra adatto; anche se esso non vuole altro che la fine dei miei giorni. Baciami, ma un’altra volta Angelo della Morte, poggia le tue labbra quando avrò finito, ma non sarà quando gli anni mi avranno arrugginito, ahimè non avrò capelli bianchi dovuti alla vecchiaia, semmai quelli causati da un grande spavento!
Ho ancora tante note da suonare, ma la più dolente sarà quella stonata: l’ultima. Poggerò le mani sul mio pianoforte, seguirò lo spartito che da tempo so a memoria, mi chiederò se durante la melodia ti vedrò un’altra volta.
Sono già impazzito nel pensare che tutto ciò possa funzionare, ma è già successo e non escludo che ricapiti: anzi, desidero ciò fortemente perché da quando non ci sei la mia vita è in bianco e nero come i tasti che ho sempre toccato; sfiorato come fossero la tua morbida pelle e farei di tutto pur di baciarti un’altra volta.”

Francesco Di Santo, poco noto musicista e professore di Musica in una scuola media siciliana, si avvicinò dinanzi al suo amato strumento, scricchiolando le dita per poi sedersi. Non riuscendo più a distinguere la realtà dall’immaginazione; supposizioni dovute alla presunta follia dell’amaro ricordo per la giovane perdita della moglie: tre anni sotto lo stesso tetto, troppo pochi per colui che dentro una chiesa giurò amore eterno. Eppure fu lì con la vana speranza che suonare le note della melodia preferita dalla moglie avrebbe consentito ad ella di tornare indietro: non una vera e propria resurrezione, ma riproporre quanto successo il giorno prima.
Quel fatidico meriggio, quando un bicchiere di whisky entrò in scena ad alleggerire quei pensieri troppo grandi per un uomo solo. Il professore Di Santo, reduce dal mancato rispetto dei suoi alunni strillanti, diede più di un sorso e mandò giù tutto lasciando solo qualche goccia residua sul fondo. Non fu una quantità eccessiva per definirlo ubriaco, né per dargli una risposta affermativa se quanto visto fosse stata un’allucinazione offerta dall’alcool.
Scricchiolò le dita, come sua abitudine prima di lambire i tasti del suo personale pianoforte: un regalo della madre, deceduta da tempo, che adorò assistere alle sue performance nonostante il suo piccolo Francesco fosse solo un apprendista collezionista di errori; solamente dopo la morte di entrambi i genitori mise più impegno e trovò in essa una passione da coltivare fino a quel dì.
Di Santo cominciò a suonare Moonlight di Beethoven, chiudendo gli occhi e lasciando che le mani si muovessero da sé. Si comportò in modo differente rispetto al giorno precedente quando sin dall’inizio il suo sguardo restò fisso alla parente di fronte. Il motivo per cui si vietò di guardare, almeno in principio, fu quello che la sua aspettativa non fosse causa di una conseguente delusione, dando più effimera importanza alle note, ma nel suo cuore arse forte e continuamente il desiderio di vederla un’altra volta.
Dopo due minuti esatti lo spettro della moglie si manifestò. Mostrò il sorriso a quell’uomo che ad occhi chiusi proseguì imperterrito, a cuore tremante. Il fantasma rimase lì ad ascoltare la melodia come fece il giorno prima, per poco, quando il marito dallo stupore smise di suonare per correre ad abbracciarla, ma tale azione la fece sparire e furono vani i tentativi di riproporre il suono che l’attirò nel mondo dei vivi.
Nella sala Moonlight non fu l’unica cosa udibili: dei lamenti spaventosi sovrastarono l’opera di Beethoven e costrinsero l’uomo ad aprire gli occhi. Francesco Di Santo tornò a vedere nel momento in cui vide un’ombra, nera come la notte priva di stelle e Luna, avvinghiare il corpo della sua defunta moglie. Gli strani versi continuarono ad echeggiare. Il professore scrutò tutto intorno a sé, fin quando un altro tipo di nero inebriò la sua mente: l’oscurità dell’assenza di tutto, persino dei pensieri. Di Santo svenne, impattando la testa sulla tastiera. Sporcando alcuni tasti di rosso, di quel sangue uscito dalla sua fronte.

Lo svenimento e il conseguente impatto con il pianoforte ha causato a Di Santo una ferita, sta a voi stabilire cosa ciò comporterà.

  • Lo stordimento ha modificato le sue funzioni celebrali: ogni qualvolta dormirà finirà nel regno dei morti. (75%)
    75
  • La sua è una ferita curabile, ma ha inavvertitamente generato un portale con un mondo oscuro che porterà strane creature nella sua realtà. (25%)
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  • Il professore muore, ma finisce nell'oblio. Cercherà di salvare l'anima della moglie ed avrà un'amare conseguenza. (0%)
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8 Commenti

  1. Ciao Silent,
    un altro bel capitolo, bene. Fai attenzione però, hai riletto di sicuro perché ti sei accorto dell’errore di battitura: pino anziché piano, però non ti sei accorto di questa frase: “Di Santo raggiunse una meta che per la totalità della gente è possibile recarsi lì solamente dopo la morte.” non ti suona un po’ strana? Perdonami se te lo faccio notare ma i consigli possono essere molto utili; con me, le critiche degli altri autori, hanno fatto miracoli. 🙂
    Ciao e alla prossima!

  2. Ciao Silent,
    In che anno è ambiantato secondo te il tuo racconto? Me lo immagino un nobil uomo di fine ‘800, che vive in una di quelle dimore grandi e troppo vuote, troppo silenziose; lui, il pianoforte e il ricordo di sua moglie.
    Mi piace il tuo stile di scrittura, davvero, mi fa venire voglia di leggerti davanti ad un camino, di sera, con la pioggia fuori che batte sui vetri.
    Mi è piaciuta soprattutto questa frase: “Il cielo tuonò, simultaneamente all’apertura della grande porta” ho immaginato la scena e, giuro, sentito il tuono.
    Seguo ancora con piacere. Ciao!

    • Ciao! Ti ringrazio per aver letto quasi subito la nuova parte. Nella mia mente la storia si svolge nel 2006. Traggo ispirazione dal mio professore di Musica alle scuole medie. Comunque sì, non ho specificato quindi fino a questo momento è facile immaginare un periodo diverso da quello recente, dato che non ho menzionato nulla che riconduce agli anni duemila. Ti ringrazio per le belle parole. Ho iniziato da poco con SilentCrypto23 quindi ho ancora messo poco, ti consiglio (data la tua voglia di leggere) di seguirmi su qualche social o sul blog. Ho intenzione di pubblicare altre storie, oltre le poesie che già metto.

  3. Ciao SilentCrypto,
    mi piacciono gli horror, ancor più mi piacciono gli horror che trattano di fantasmi e altri regni. Hai confezionato un bell’incipit, che ricorda i lavori di Poe.
    È chiaro che vuoi parlare dell’aldilà, io ho scelto che il tuo protagonista ci arrivi attraverso i sogni.
    Una cosa: attenzione ai refusi, ce ne sono alcuni, probabilmente sono solo errori di battitura, ti direi di rileggere ad alta voce prima di pubblicare, di solito aiuta. Io avrei utilizzato “scrocchiare” anziché “scricchiolare” le dita, ma è solo una questione di gusti.
    Anche questa frase: “Non fu una quantità eccessiva per definirlo ubriaco, né per dargli una risposta affermativa se quanto visto fosse stata un’allucinazione offerta dall’alcool.” risulta un po’ intricata, si capisce quel che vuoi dire, ma si poteva trovare un modo più lineare per farlo. Scusa se mi permetto, i miei sono solo consigli.
    Ti seguo e aspetto il nuovo capitolo.
    Alla prossima!

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