Il cavaliere bislacco

Il trionfale ritorno

XIII° secolo D.C., remoto luogo Ligure. Molto remoto.

In un piccolo villaggio ligure ai confini con la Francia, denominato Valle di Giuan, c’era un piccolo forte costruito su un colle per la difesa della frontiera e del territorio. In quelle zone montuose, inospitali e con minima  civiltà, le guerre e le invasioni erano assenti da anni. Non si esclude che vi fossero conflitti nelle contee adiacenti, semplicemente Valle di Giuan era indigesta e sgradita anche al nemico più violento ed ingordo. Quasi nessuno si prestava a visitare quel territorio, in quanto la maggior parte nemmeno ne conoscevano l’esistenza. A capo del forte, massimo tutore dell’ordine e gestore del territorio, c’era il Cavalier Tullio di Monte Zecco, comunemente conosciuto come “il bislacco”. Considerate le sue doti di incapacità, insolenza, ebbrezza e altro, il Doge della contea decise di affidargli il prezioso incarico di difendere quel villaggio quasi inutile. Il Cavalier Tullio, convinto di aver ricevuto tal incarico per zelo e merito, accettò quanto proposto con orgoglio. La situazione già precaria nella corte del forte iniziò a bacillare quando quest’ultimo tornò da una missione diplomatica dalla Francia, definito dalla stesso un compito cruciale e di rilevante successo. Egli salì le fatiscenti scale che portavano al suo gran salone principale con ancora indosso l’armatura di rappresentanza, dubbiosamente ottenuta dal suo predecessore . Spalancò con forza un gran portone in legno piuttosto malconcio e proseguì, ma un forte squillo di tromba stonato, acuto e più simile ad pernacchia lo fece sobbalzare ed impaurire di malo modo. Di fianco a lui nei pressi dell’ingresso, un trombettiere di orrendo aspetto, strabico e anche gobbo, accolse il Cavaliere nel salone con una melodia a dir poco nauseabonda. Quest’ultimo osservò il tizio con immenso disprezzo ed evidente disaccordo. “ Il Cavalier Tullio di Monte Becco accede al salone!” disse il povero tizio con un tono di voce stridulo e biascicante.  Il bislacco lo inquadrò malamente e posò le mani coperte da guantoni sui propri fianchi. “Di Monte Zecco, fellone che non sei altro!” esclamò stizzito, comprensibilmente in quanto “becco” in ligure significa cornuto.  “Mai poi tu, razza di villico e odorante di sterco, chi diavolo sei?” aggiunse il Cavaliere, visto che non aveva mai avuto un trombettiere nel suo forte. “Quello è Alfonso, mio nipote. Necessitava di un lavoro ” una nuove voce si presentò, proveniente da una polverosa poltrona in fondo al salone. Il bislacco strinse lo sguardo per distinguere quella figura coperta da una lunga toga nera, grattandosi la nera barba incolta. “Maledetta la baldracca tubercolosa, voi siete …” non fece in tempo a concludere. “Monsignor  Pittaluga, vescovo attualmente in carica, se per caso rammentate. Vi prego anche di moderare il linguaggio.” si rivelò con tono cupo e severo, sicuramente una presentazione di cattivo presagio. Il Cavaliere deglutì e diede un’amichevole pacca sulla spalla al trombettiere. “Ehm … bravo Alfoso, bravo …” fingendo un sorriso sornione “Vostra Eminenza, non vogliate farmene una pena di questo … malinteso” giustificandosi platealmente. Il vescovo, adornato di ogni possibile gingillo ed anello di valore, tamburellò le dita sul bracciolo e fece segno al cavaliere di avvicinarsi. “Vedete Messer Tullio, ho deciso di farvi visita per riscattare un po’ di arretrati per il nostro amato pontefice e la chiesa di Nostra Signora del tempio.” svelò un sorriso a pieno volto, forse ironico. Il bislacco sbiancò come un fantasma e si passò una mano sul collo sudato, provvedendo anche a slacciare la pesante armatura. Si sentirono all’improvviso dei passi frettolosi provenire dall’esterno del salone, qualcuno con evidente fretta. Dal portone si notò una figura femminile corpulenta dal volto arrossato con un largo vestito bianco, un grembiule ed un panno unto avvolto in testa. Sorreggeva una pignatta bollente tramite degli stracci, ma le dita erano ugualmente dolenti dal tremendo calore. Il Cavaliere gesticolò preoccupato invitando discretamente la signora di un quintale, nonostante tutto agile e veloce come una libellula, a lasciar perdere il suo intento. Ovviamente lei non notò i gesti, pensando solamente a posare quella pignatta infernale da qualche parte.  Non appena varcò il portone, il proprio grembiule le fu di intralcio sotto i piedi, comportando la caduta titanica della signora ed un decollo della pignatta colma di minestrone genovese. La pietanza dalla temperatura vulcanica colpì le gambe e parte dell’inguine del goffo trombettiere che aveva ancora il bocchino dello strumento appoggiato alle labbra. Il tizio spalancò le orbite per l’indomabile dolore e fece partire un assordante squillo di tromba, simile ad una gallina strozzata, rimbombando nel grande salone come un canto gregoriano.

I guai non giungono mai soli. Cosa potrebbe accadere al povero Cavalier Tullio?

  • Arriva la spasimante stalker di Tullio che è uno sgorbio allucinante. (50%)
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  • Arriva la logorroica ed odiata madre ad aggiungere carne al fuoco. (50%)
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  • La missione diplomatica è fallita. Arrivano i francesi indemoniati sotto il forte. (0%)
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3 Commenti

  1. Molto ben narrato codesto lavoro:) no, davvero, è scritto molto bene, un po’ vecchio stile e un po’ formale, come se a raccontarlo fosse un cantastorie di secoli fa.
    Bella anche l’idea e divertenti alcuni passaggi, seguo e vediamo cosa combina il bislacco con la stalker sgorbia!
    Ciao:)

    • Ciao Flow!
      Prima di tutto grazie mille, il piacere è immenso. Mi sono accorto purtroppo di alcuni errori troppo tardi, pazienza , mi servirà da lezione! L’intento in fase di stesura era proprio quello del narratore “menestrello” , ma non bastavano i caratteri e ho dovuto limare parecchio. La scelta della pulzella stalker potrebbe essere un bel delirio!

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