Il fine a se stesso

Le quattro di notte

Fù il fragore, primogenito di un lungo temporale, a farmi sobbalzare dal letto. Istantaneamente tutti i miei sensi ricettivi si librarono nell’aria come fendenti ciechi, di guerrieri improvvisati. Erano appena le quattro di notte e il flusso d’acqua che scorreva dai cornicioni, dalle incanalature, dai tetti, richiamava alla mente confusa un eco selvaggio, un istinto di mera sopravvivenza. La porta che dava sul terrazzo spalancava l’ingresso al celato inferno bagnato, la tenda appesa al cornicione, come impazzita d’amore, entrava e usciva, rientrava e riusciva, senza mai prendere una decisione, come se la sua volontà fosse decisa da qualche entità maggiore.

Mi sistemai il cuscino alle spalle, la comodità quando si è desti rappresenta sempre la priorità, mi misi a mio agio malgrado il confuso esserci del momento e allungai la mia mano, a tratti tremolante, ma decisa, al comodino che tutto tranquillo e fermo come una roccia se ne stava li, adagiato accanto al mio letto. Afferrai il tabacco, i filtri e separai una cartina trasparente dalla sua sistematica abitazione cartacea. Preso dall’atto di creazione, mi rassicurai e – come sempre del resto – mi riuscì una sigaretta che avrebbe fatto invidia anche alle più perfette industriali. Dal letto non mi schiodai, tantomeno ci pensai due volte. Appicciai la mia piccola fonte di stabilità terrena e, servendomi del tappo di una bottiglia di plastica, mi gustai quell’incessante diluvio costellato da innumerevoli luci ramificate, sotto il peso dell’osservazione indifferente della mia consapevolezza. Giudice poco arbitrario, testimone per natura, avvocato per necessità e oppositore per bellezza.

Un tiro chiamava l’altro, la nube biancastra riformulata nei miei polmoni, lentamente levigata, si preparava a disperdersi nel vuoto di quella stanza, con la porta aperta, cercando una possibile via di fuga, irraggiungibile per quanto distante questa e per quanto poco consistente la nube stessa. Non mi è mai piaciuto fumare senza vedere quella nube, che opportunamente si materializza, quando sono fuori al vento ad esempio, butto la sigaretta piuttosto che privarmi di quella istantanea realtà, come se non mi soddisfacesse.

Fuori la tempesta procede, e mi scruta. Le piccole gocce d’acqua che a velocità supersonica si schiantano al suolo, si infiltrano col loro eco all’interno della mia attuale dimora, il suono giunge alle mie orecchie si, ma prima fanno il giro completo dei quattro angoli, su e giù fin sotto al letto e io scruto loro, la loro potenza inarrestabile e il loro giungere silenzioso prima e nefasto dopo. 

Non penso a nulla, almeno me lo impongo. Entra in circolo quella sensazione che non è una sensazione, quella capace di renderti insensibile tanto al sonno quanto alla veglia, quel lento agire che non è agire se non per l’esserci, vuoi o non vuoi, una sorta di meditazione non mediata che ti lascia indifferente al tuo essere nella sua completezza e che ti regala quei semplici e piacevoli momenti sensoriali che ti qualificano con essere umano.

Continuo la mia storia o mi fermo qui?

  • Un'ultimo episodio, tanto per compassione... (33%)
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4 Commenti

  1. Ciao Pierre. Incipit interessante. Prime due righe folgoranti. Il resto mi ha convinto meno. Almeno finché non ho letto le opzioni. È chiaro che al di là dell’esercizio stilistico in sé c’è anche altro (lo si intuisce dall’auto-ironia con la quale hai formulato le opzioni)… Ed è per scoprire questo altro (e per capire il perché della scelta della sezione storico) che voto: certo che sì!

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