Beyond life – oltre la vita ci sei tu

La fine e L’inizio

11 marzo 1892, Londra

Camminavo per le strade di Londra osservando tutto cio che mi stava intorno. Avevo deciso che quel giorno avrei chiesto alla mia amata, la mia Lucy di sposarmi e speravo solo che accettasse la mia proposta. Non avevo molto da offrirle solo il vecchio anello regalatomi dalla mia adorata nonna perché non potevo permettermi di comprarne uno costoso per via del mio misero lavoro; i miei genitori da poco avevano aperto una caffetteria, glielo avrei chiesto lì a Lucy di sposarmi, nella caffetteria.

Era sera, circa le nove. Ero molto ansioso per questa cosa, mi stavo giocando tutto il mio futuro… Pulivo tutto ciò che mi stava in torno.  La campanella mi avvertii che un cliente stava entrando e mi fece scattare, eccola. La bellissima Lucy era proprio lì, davanti la porta in tutto il suo splendore. Aveva i capelli raccolti in un’acconciatura elegante e un vestito rosso, adorabile, un sorriso smagliante le si piazzò sul viso appena mi vide, riuscii solo a sussurrare un “wow”

«ciao William» disse con voce sensuale

«ciao Lucy» quasi balbettai

«Come mai mi hai mandato a chiamare?» chiese con ancora quel sorriso

«emm….io….volevo chiederti….»

«coraggio cosa c’è?» ancora quel tono di voce… si sedette sullo sgabello e si tolse lentamente i guanti

mi accorsi che mise una mano dentro la sua manica…

« io vorrei chiederti se…» a quel punto mi ritrovai una pistola puntata davanti… Il gran chiasso che c’era nella caffetteria cessò di botto.

«Lucy io non…»  la mia adorata Lucy adesso mi stava puntando una pistola contro

«sta zitto! Non parlare! Dammi tutto quello che hai nella cassa!» alzai le mani e lentamente girai il bancone. Notai che alcuni dei clienti avevano delle pistole e stavano prelevando i gioielli dei clienti innocenti. Arrivato alla cassa presi tutto il denaro che potevo e glielo passai terrorizzato

«ti prego, perché lo fai… Tu non mi ami?» chiesi supplicando, Lucy sghiggnazzò

«io? Amari? Oh povero Will credevi che io ti ammassi? Illuso» prese tutti i soldi e li mise in una sacca.

Indietreggiò verso la porta, a quel punto mi puntò nuovamente la pistola contro e premette il grilletto. Caddi a terra e notai una macchia rossa uscire dalla porta suonando il solito campanello… Iniziai a vedere sfuocato, mi faceva male il petto,mi sentii come se avessi sonno… E mi addormentai.

oggi

Era il mio ultimo giorno in quell’inferno. Quello era il giorno in cui sarei stata libera di andare dove volevo, perché non sarei più stata segregata in quello stupido orfanotrofio dove tutti mi odiavano. La fondatrice, Madeleine Bennet era un vero mostro. Ci trattava come se fossimo stati dei rifiuti umani e non aveva la minima considerazione di noi; ci raccattava per le strade quando eravamo piccoli e ci costringeva a lavorare per lei in cambio di poco cibo e un tetto.
Da quello che mi hanno raccontato io sono stata portata qui quando avevo solo due mesi dai miei genitori. Credo l’abbiano fatto per disperazione, la maggior parte di noi qui aveva le famiglie povere che non potevano permettersi di mantenerli, alcuni sono orfani altri portati dagli assistenti sociali perché con genitori tossici o alcolizzati. Ma io, non ero molto amata in orfanotrofio, avevo un caratteraccio.

«Annabeth. Avanti è ora di andare» mi informó la Bennet.
«si arrivo» misi gli ultimi vestiti nella mia valigia e la chiusi. Ci dirigemmo verso l’atrio, lì quella strega mi diede un foglio con su scritto l’indirizzo di un appartamento e il numero del mio nuovo datore di lavoro.

«grazie signorina Bennet» la ringraziai educatamente, lei fece un cenno con la testa e se ne andò senza dire una parola.

Uscii dalla porta principale e respirai profondamente l’aria ancora fredda dell’inverno. Guardai il foglio che mi aveva dato la Bennet poco prima… Non è lontano da qui e da quello che c’era scritto sul foglio era un appartamento che avrei dovuto dividere con altre ragazze. Andai a piedi fino a fermarmi di fronte al palazzo dove, da quel giorno in poi, avrei dovuto vivere. Ero nerbosissima. Feci un respiro profondo ed entrai nell’edificio. Presi l’ascensore e premetti il tasto con il numero 7. Arrivata nel pianerottolo controllai il foglietto, appartamento numero 43, premetti il campanello e aspettai, una ragazza alta e dai capelli neri mi venne ad aprire

«si?» chiese

«emm… Io sono Annabeth» dissi imbarazzata, lei fece un sorriso smagliante

«vieni. Entra, ti stavamo aspettando io sono Emma» quasi mi stupii di questa accoglienza, non ci ero abituata

«grazie» lei mi fece entrate e mi ritrovai davanti un’altra ragazza

«lei è jessie》 una ragazza con i capelli lunghi e biondi mi salutò con una stretta di mano

«allora lei è Annabeth. Parlaci un po di te» annuii e ci sedemmo sul divano. Raccontai la mia storia

«e adesso dove lavori» mi chiese Emma, presi il foglio datomi dalla Bennet e lo lessi

«emm..caffetteria Daily’s» spalancarono gli occhi. Cosa ho detto di male?

«ha-ai d-detto D-daily’s?» balbettò Emma, io annuii. Cosa c’è di tanto strano?

cosa spaventa tanto le ragazze?

  • la Bennet che in realtà lavora al Daily's (0%)
    0
  • un fantasma? (50%)
    50
  • un pazzo assassino? (50%)
    50
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4 Commenti

  1. Ciao!
    Storia molto interessante. Lo stile è abbastanza fluido e colloquiale.
    Non hai descritto nemmeno un po’ Annabeth, nè dal punto di vista psicologico nè dal punto di vista fisico: Il protagonista di una storia deve essere sempre descritto dettagliatamente.

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