Il cammino dell’anima

La speranza è il nemico.

Il temporale sembrava non lasciare mai quella tenebrosa foresta in cui ora Sesto cercava di tenersi stretta la vita. Sotto i suoi veloci passi si sgretolavano foglie, rami, arbusti e tutte le sue speranze di fare ritorno in patria. Correva più di quanto gli avessero insegnato nella caserma di Mediolanum. Girava lo sguardo all’indietro, senza tregua, sperando che l’inseguitore abbandonasse il desiderio di sfoggiare la sua testa di fronte al governatore della Germania inferiore: si sbagliava. I legionari avanzavano disponendosi in una fila lunga duecento piedi. Poteva sentire le loro risate e gli insulti che gli lanciavano dal fondo di quella vegetazione che gli sembrava interminabile. Nella mente gli scorrevano i volti dei cari, il corpo ingiallito di Aristone, la casa avvolta nella morbida nebbia cisalpina… non riusciva a trattenere le lacrime, i singhiozzi scandivano la sua fuga per la vita: alle spalle giaceva ormai un inferno ringhiante che per lui riservava solamente gli artigli, mentre di fronte lo avrebbe accolto una terra sconosciuta, irta di popoli che gli erano stati sempre descritti come più simili a bestie che a normali uomini. Proprio in quel momento, gli piombò in mente, come una masso scagliato da una catapulta come una muraglia, uno dei vani decreti a cui ormai gli imperatori si abbandonavano nel tentativo di arginare la sempre più vicina catastrofe: le truppe dovevano restare entro i confini per difendere quel troppo esteso dominio che ormai andava sgretolandosi come un vecchio mosaico. Realizzato che aveva ancora una possibilità, dovette abbandonare anche il povero bagaglio che si era portato da Colonia e aumentare il passo, appena vide un pesante dardo conficcarsi sul pino che aveva schivato. Voltando all’indietro la testa, poteva vedere il nemico che si perdeva tra le fittissime gocce, quando mise un piede nel vuoto e cadde in un ripido fossato, rotolando per un’eternità sopra radici che fuoriuscivano dal terreno e fango, per poi essere spinto da un impetuoso torrente marrone verso una distesa di acqua torbida disseminata di tronchi caduti, di cui si rese conto nella frazione di secondo in cui venne sputato nel minaccioso baratro. Sprofondò per un paio di secondi, tornò a galla e poté ascoltare per un attimo il putiferio urlante della corrente, il quale scomparve nel momento in cui Sesto si ritrovò a sbracciare nella pancia della belva, in cerca di un appiglio che gli permettesse di riprendere fiato. Sembrava che quella tortura avesse deciso di strappargli l’ultimo soffio vitale che lo sosteneva, quando la mano venne colpita da un corpo robusto e ruvido. Fece appena in tempo ad aggrapparsi a uno dei rami sporgenti del tronco che avanzava a gran velocità. Si portò sopra di esso e, tossendo, gettò fuori una parte dell’acqua lercia che gli aveva inondato i polmoni. Appoggiò debolmente la testa al tronco e aprì gli occhi: intravide rocce aguzze e sporgenti ergersi de quello che pareva l’apice di una cascata. Fece allora appello alle ultime energie che gli restavano in corpo e, allungando disperatamente il braccio verso le radici di un albero uscenti dalle ripide sponde, strinse con tutta la poca forza che gli restava, tagliandosi la mano che rischiò, per un attimo, di scivolare lungo l’unica possibilità di sopravvivenza che gli rimaneva a causa del fango. La mano restò però salda, il corpo e le gambe lasciarono andare la rozza barca nel tormentoso cammino, mentre Sesto si tirò su appoggiando i piedi su massi sporgenti. Con una corsa ormai fiacca, arrivò in una piccola caverna in cui l’acqua (per la prima volta quella sera) non poteva raggiungerlo. Gli occhi rimasero aperti per un’altra manciata di secondi: allora comprese che quell’immensa bestia, chiamata Reno, che aveva tentato di ghermirlo più e più volte, l’aveva in realtà portato in salvo: per la prima volta la sponda orientale del grandissimo fiume fu per un Romano fonte di salvezza. Non poté, però,  rallegrarsi quanto avrebbe voluto, che gli occhi si chiusero lentamente e il corpo, a dispetto della bufera che ora stava scemando, venne avvolto da un sonno profondo, mentre il sole lanciava i suoi primi raggi tra gli spiragli che riusciva a trovare tra le nuvole. La speranza, ora, veniva dall’acerrimo nemico che ogni vero romano, malgrado i tempi, avrebbe dovuto odiare con tutto se stesso, che tutto quello che poteva rappresentare era la sua inciviltà e verso il quale non esisteva perdono o alleanza, pietà o patto: i Germani.

I Germani sono, quindi, tutto ciò che gli resta... ma dovremmo fare un salto nel passato per capire davvero il motivo della sua fuga.

  • Il motivo della fuga e il vero volto del nemico che si nasconde a Colonia... (67%)
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  • L'abbandono della Gallia cisalpina, l'addestramento e il servizio militare. (0%)
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  • L'nfanzia di Sesto, passata nelle pianeggianti campagne nei pressi di Meiolanum. (33%)
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21 Commenti

  1. Ciao Simone! Ho scelto la seconda opzione perché mi sembra che introdurre a questo punto un personaggio losco possa rendere la narrazione più avvincente e le apra nuovi sviluppi.
    Apprezzo, come ti ha scritto anche Viola, la ricostruzione del contesto storico, per un giovane studente mi sembra un buon tentativo…
    Ho notato nel discorso diretto che inizia con Sai giovanotto… una eccessiva ripetizione del verbo potere…
    Alla fine del quinto rigo credo ci sia una svista, era, al posto di erano, il soggetto, se ho ben capito, dovrebbe essere plurale. Tranquillo!!Non sono tornata per correggerti!
    Un caro saluto. Coinvolgi anche altri tuoi compagni di classe…io diffonderò questo sito (e il tuo racconto) presso i miei nuovi studenti.

  2. La storia procede bene, ma dovresti rileggere almeno un paio di volte a distanza di tempo. Se c’è stacco temporale, dovresti andare a capo; così con i dialoghi per non confondere il lettore su chi parla. Dei caporali ti hanno detto (io li ho personalizzati con ALT+3 da Opzioni di Word).
    Nella prima frase credo ci sia un errore, il verbo va al singolare.
    Non ho capito bene la sequenza delle sette/dieci/cinque silique, al contrario quella del pagliaio mi ricorda qualcosa.
    Sulla Bibbia ho anch’io delle perplessità: è stato il primo libro (in senso moderno) andato in stampa ma non poteva essere una copia del genere in quel momento. O no?
    Belli e puntuali i riferimenti storici.

  3. Penso che il volenteroso governatore sia artefice dell’illecito.
    Mi è piaciuta la storiella di Ignifulo e lo spunto del commercio illegale! Bravo!
    Note: attento a qualche refuso con i verbi qua e là e all’uso di congiunzioni e avversativi, che a volte appesantiscono le frasi.
    Continua così!

  4. Il centurione privo di fiducia.

    Ciao sizam,
    Nel secondo capitolo ho notato frasi decisamente più brevi e uno stile che personalmente ritengo più scorrevole. Ti confesso che sono andato a recuperare qualche informazione sulla ‘storia dei libri’ per capire quanto fosse plausibile che il tuo protagonista ne avesse uno nel 378 d.C..
    Ho trovato che erano decisamente molto costosi,ma poi ci fai sapere che lui è figlio di un latifondista, quindi tutto ok. Sempre da quelle parti:
    ‘era ancora tutti attaccati agli dei pagani’
    il *tutti* l’avrei evitato.
    Questa frase non mi è chiara:
    ‘squadrandolo come un ometto proveniente da quel lontano regno su cui sorge il Sole.’
    È una perifrasi per dire che è un orientale?
    Forse allora ci andrebbe ‘da cui sorge il Sole’?
    Nei due periodi:
    ‘… ancora, non posso prevedere quanto ne possa servire ogni volta. Non posso…’
    ripeti per tre volte il verbo potere. Si nota molto, si potrebbe usare un verbo simile.
    Infine una nota di editing che forse può esserti utile: i doppi segni di maggiore e minore ti fanno sprecare un sacco di caratteri e non sono belli da vedersi.Se sostituisci con questi «» ottieni un effetto molto migliore e risparmi pure caratteri. Se scrivi con word o simili, dovresti ottenerli con Alt+174 e Alt+175, ossia premendo il tasto Alt (di destra, in genere) della tastiera e tenendolo premuto mentre si digitano le cifre. Prova un po’.
    Andrei a capo più spesso con i dialoghi.
    Scusa il papiro, se posso dare un’opinione lo faccio, penso che possa essere utile. Del resto è un po’ il senso di questa piattaforma: leggere, scrivere e scambiarsi opinioni per migliorarsi. Se la cosa ti infastidisce non hai che da dirmelo.
    Penso che tu scriva bene, quelli che ti ho indicato sono dettagli che non minano la sensazione di cura e di approfondimento storico che riesci a trasmettere.

    Ciao a presto

  5. Mi scuso in anticipi per un errore di cui mi sono accorto solamente ora: nella trama ho detto che viene eletoo censore, mentre nell’episodio Sesto diviene centurione. Ebbene, la trama presenta la carica sbagliata. Il nostro giovane romano è un centurione. Grazie e domando ancora scusa!

  6. L’ambientazione mi piace molto, amo i racconti storici che ci immergono in un’epoca lontana. Mi piace l’inizio così forte. Apprezzo la ricerca lessicale, concordo anche io su periodi in alcuni casi più brevi. In ogni caso sei stato molto bravo! Io vorrei conoscere qualcosa sulla sua infanzia, mi piace scavare nel passato dei personaggi. Complimenti! Continua così.

  7. Penso anch’io che ci voglia un pochino di attenzione in più alla tecnica, periodi più corti sia per la scrittura che per la comprensione.
    Detto questo, è un inizio bello rapido, come piacciono a me, che desta l’interesse perché si capisce che c’è una situazione grave a monte.
    Bella l’ambientazione e molto forte lo spunto narrativo del romano che non può che chiedere aiuto ai nemici.

  8. Il motivo della fuga.
    Buonasera sizam.
    Non ti definisci scrittore ma di certo sai scrivere. Notevole incipit, mi è parso molto curato e preciso. Credevo fossi nuovo, ma ho notato che su questa piattaforma sei molto più ‘anziano’ di me. Non ci siamo mai incrociati, per cui ti chiarisco che io esprimo solo pareri personali, il massimo che mi posso permettere. Altri avranno più cognizione di causa, faranno commenti più tecnici e circostanziati, io ti posso dare qualche mia impressione. L’impressione, mi ripeto, è che la forma sia estremamente curata. Forse anche troppo: appare leggermente retorica e a tratti non scorrevolissima. Ti faccio un esempio, un periodo che mi ha colpito:
    “…come una masso scagliato da una catapulta come una muraglia, uno dei vani decreti a cui ormai gli imperatori si abbandonavano nel tentativo di arginare la sempre più vicina catastrofe: le truppe dovevano restare entro i confini per difendere quel troppo esteso…”
    A parte un probabile refuso (contro una muraglia?), ho scelto questa frase perché evidenzia l’abitudine di anteporre l’aggettivo al sostantivo. Se reiterato troppo spesso ha a mio parere l’effetto di rendere meno scorrevole la lettura. In generale, a prescindere dalla posizione, trovo che ci siano un po’ troppi aggettivi. Stesso effetto hanno i periodi molto lunghi, pieni di virgole, come ad esempio le due frasi finali.
    Questo è ciò che ho osservato. Quello che penso è che un ragazzo che scrive così a sedici anni ha un potenziale non indifferente. Per come la vedo io, hai appena mostrato di saper scrivere qualcosa di ‘forbito’. Ora non preoccuparti troppo di convincerci che meriti il nostro interesse, mi hai già ampiamente convinto, e puoi provare a scrivere in modo più semplice e rilassato. Sempre che questo riesca a divertirti. 🙂

    Ciao ciao

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