Le arme, gli amori

Dove eravamo rimasti?

Che casino...e ora dove va a finire Niccolò? Alla fine dell'Ottocento? (100%)

L’Autore chiede venia per questa lunga interruzione

L’Autore chiede venia per questa lunga interruzione di, quanti, due anni? Stando a quanto afferma il sito, non ho più scritto dai tempi in cui il cui presente Autore preferiva credere alla figura decisiva dell’unico scrittore, il quale, proprio per deliziare o istruire o intrattenere il lettore, cercava di creare una struttura narrativa intelligente e originale, nonché lieve e disinvolta. Tant’è che l’opera stessa, un monologo arcaico a tinte medievali, era l’ideale sia in quanto opera umoristica e dissacratoria del passato e dei costumi, sia in quanto racconto in cui riflettere le constatazioni attuali sull’identità della persona in relazione al proprio ruolo sociale e al rapporto con il mondo, mondo intesto come insieme eterogeneo di personaggi ognuno portatore sano o inconscio di caratteri culturali e psicologici. 

Qui brevemente viene riassunto il soggetto dell’opera: L’arme e gli amori è una citazione ariostesca, la quale, in modo superficiale, richiama i principali eventi della grande epopea cinquecentesca del poeta, ovvero i combattimenti cavallereschi e gli amori che fuggono e si ritrovano tra ottave e canti. In questo frangente, l’arme è la battaglia tra i barbari in passaggio presso la località del racconto, scenografia ricostruita sull’invenzione e sulla dissimulazione della Valdichiana, in provincia d’Arezzo; gli amori sono quelli omoerotici e eterosessuali tra i vari protagonisti e personaggi della fiaba, principi e cortigiane, battaglieri e comandanti, volgarotti e paesani e borgatari, insomma l’intera popolazione potenziale della vallata. Oltre ad essi, come accennato nel primo capitolo, ci sono anche alcuni avvenimenti che sono stati citati a inizio testo proprio per ricostruirli nel corso della trama con colpi di scena e riapparizioni incongrue: per esempio, era previsto in principio che il famoso santo, scomparso o martirizzato o qualsivoglia accadimento gli può essere successo, era in realtà sopravvissuto all’evento, e ritiratosi eremita da qualche parte nella vallata: la creazione della sua leggenda è il richiamo alla versatilità della storia, raccontata da chi può raccontarla (da questo il detto “La Storia la scrivono i vincitori”, cioè coloro che la vivono e a cui sopravvivono). 

L’Autore chiede venia inoltre per ciò che è accaduto nel secondo capitolo, totalmente allontanato dalla storia prevista: è divenuta alla fine una parodia di un libro di Raymond Queneau (Les fleurs bleues), un bellissimo romanzo scritto alla fine degli anni sessanta. E proprio negli anni sessanta che l’Autore ha voluto architettare una strampalata storia un po’ à la Arbasino e un po’ alla Beat Generation, tra eccessi e inibizioni varie, tanto per riempire la pagina fino all’approdo finale, un cliché patetico a cui ricorrere solo quando non s’ha più voglia di raccontare nulla, e vivere solo di forma, costrutto, architettura: si presenta il Nicodemo del capitolo precedente, che cerca qualcosa nei confronti dell’autore; ma è una ricerca che, stando a quanto l’Autore ha sperato di costruire, ha comportato alla preparazione di una serie di micro-racconti tutti emulazioni, pastiche e melangé del passato, di autori precedenti (esempio solo: il terzo capitolo aveva come ambientazione un collegio ottocentesco, e doveva essere narrato come in un racconto di Maupassant o di Tozzi o di Verga o di Dickens o di altri autori ricordati solo per esperienza liceale). Tutti questi racconti si uniscono poi sotto una trama, una ricerca di qualcosa, che conduce il personaggio, l’io del secondo racconto, addirittura nel periodo iniziale, nel medioevo di Nicodemo, tra le battaglie e le fughe ferine del principino, divenuto più barbaro del barbaro e meno principesco del vero principe qual è il barbaro. La storia, presa così com’è, non è malvagia, e forse, se condotta in porto, è ricca di scene degne d’un alto umorismo.

Va da sé che la voglia di scrivere fantasie senza alcun approccio emotivo, senza alcun interesse, è penoso e stancante, specie se poi il progetto e l’intenzionalità di certe scelte volute dall’Autore si scagliano contro quelle del Lettore, che, nove volte su dieci, quando parla di narratologia o di semiotica del testo o non l’ha mai studiata o non l’ha mai letta nei romanzi in cui viene, guarda caso, messa sotto torchio e sotto critica feroce. Ma il Lettore oggi segue le mode, le letture facili e senza cavilli: chiedere al Lettore di giocare è d’una facilità mostruosa; di impegnarsi, decisamente meno facile, no, troppo! Impegno è rabbrividente! Si legge per passare il tempo, mica per imparare! Che serve l’impegno: scrivi e lascia scorrere! Segui il cuore: sii umile: sii a contatto con la gente: sii non te stesso ma altri: elimina il tuo io e diventa noi, loro, voi, essi, nessuna identità e zero controllo…e zero interessi, zero originalità e zero verità…ma stupidi sono quelli che cercano di portar qualcosa di nuovo, se gli va bene verranno recepiti quando ormai il nuovo è già vecchio.

Continuo ancora la lunga digressione?

  • No, tanto l'Autore farà il suo comodo e continuerà per suo modo. (0%)
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  • Sì, sapendo che l'Autore nutre poco interesse per questo sito. (0%)
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  • Sì, sapendo che la trama è tutta svelata. (0%)
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5 Commenti

  1. Adoro la scelta stilistica con cui scrivi questa storia, il linguaggio così ricercato e atto all epoca rende tutto molto piu coinvolgente, intendo che riesce a calarti in quelle circostanze. Se posso fare una leggera critica costruttiva: quando scrivi l’anno prima scrivi sempre “Domini” che significa “anno corrente” tuttavia non lo utilizzerei tutte le volte ma solo quando parli dell’anno in cui si svolge la storia poiché leggerlo tutte le volte prima di una data lo rende un po ripetitivo secondo me inoltre, se posso: adoro il fatto che le date siano scritte in parole però aggiungerei tra parentesi l’anno scritto in cifre per chi, come me è discalculico e quindi fatica a realizzare che numero sia effettivamente ma questi sono solo due piccoli consigli.
    Non vedo l’ora di leggere il proseguo di questa storia, ho votato per il sogno visto che Nicodemo fa sogni irrequieti 😉

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