Caccia Notturna

Figurine, Szurado, Ciliegie


In via Golchovskàja, quand’ero bambino, una decrepita, legnosa edicoletta claudicava sotto il peso d’un insegna al tempo già fuori moda.  Ci s’andava, ogni tanto, così, per passare il tempo; e perché in una paese della provincia lombarda che cazzo vuoi fare. Ci lavorava un certo ceffo, mortale nemico della sanità mentale, che non si capisce come e perché a quarant’anni si comportava ancora come un pargolo e via dicendo — non aveva neppure una moglie: faccenda fatalmente sacrilega. Tuttavia, a diec’anni non te ne intendi molto di sanità e sacrilegi e di mogli e nemmeno di bambini; anche se, devo ammetterlo, a volte sembrava anche a me bizzarro e, in certo modo, — inquietante. Ma, il più delle volte, il suo cervello ridicolmente fuori posto, aveva per me qualcosa di rassicurante e famigliare. Era l’unico a cui permettevo di avvicinarmisi mentre sniffavo la patina plastica di undertaker e rey mysterio, nonostante le sue domande pressanti e invasive e insensate alla jurodivyj. Io per giunta gli rispondevo: io gli volevo bene, per giunta. Anche se non ricordo punto com’è che si chiamava. 

Non saprei dire come e quando questo cambiamento avvenne, ma fatto sta che un giorno, passando per via Golchovskàja, nell’edicola troneggiava un  certo stronzetto impettito: un certo Vlaskovja, o come si chiama lui. Mia madre, lei dice che l’edicola non ha mai avuto nessun altro padrone che Vlaskovja, e che lo jurodivyj l’avrò sognato in uno di quelle sere in cui il vento litigava con le porte e con le stecche delle persiane e lei, dopo avermi preparato un tè, mi leggeva Dostoevskij (solo le pagine felici) finché non mi addormentavo. Ma sono quasi sicuro che non è andata così: ho incontrato lo jurodvyj, l’altra notte: era ubriaco perso, male in arnese, non mi ha neppure riconosciuto. Era dimagrito molto da che non lo vedevo, ma la sua brutta cera era bucata da due occhi neri nei quali sbrilluccicavano ancora, per così dire, l’edicola — la sua insegna antidiluviana –, l’odore di undertaker e rey mysterio, e, infine, via Gorchovaja con la sua monotona stanca imitazione della morte, in cui eccellono le città della provincia lombarda. Ciò che rimaneva della mia infanzia: le ultime gocce rimaste sul fondo di una tazza di tè, insufficienti a riflettere interamente il lampadario di plastica che abbiamo in cucina. 

La notte dopo, contro le mie abitudine, passai nuovamente dal bar in cui l’avevo visto: di nuovo sbronzo, se ne andava ciondolando come i lampioni appesi per un filo sulle strade. La faccenda iniziava a intrigarmi (e ad angosciarmi): decisi che avrei cercato di incontrarlo prima che riuscisse ad ubriacarsi — morivo dalla curiosità di scoprire se nei gesti abituali di quell’uomo (che avrei potuto osservare solo se fosse stato sobrio) si nascondeva qualcosa dello jurodivyj di un tempo. Così, andò a finire che sera dopo sera lo vedevo sbucare da via Chiljadkyn, quella che collega il paese agli opifici, leggermente incollinati lì intorno; il che spiegava anche il fatto che fosse perennemente ebbro, come tutti quei proletari fradici di lavoro che vanno a rompersi la schiena, consenzienti, nella REGIA FABBRICA DI ARMI DA FUOCO, nella REGIA FABBRICA DI ELMETTI, nella REGIA FABBRICA DI PUNTE DI LANCIA, ecc… Non ne ero sicuro, ma mi dicevo che doveva essere proprio andata così: un giorno, lo jurodivyj aveva voluto trasferirsi, chiudere bottega, venderla a quel meschino di come-si-chiama-lui, e finire ad affilare punte di lancia per il re e il suo seguito; il quale si rinfoltiva di continuo con manipoli più o meno sconquassati che, già prima che io ne fossi consapevole, nottetempo prendevano la via della foresta da via Manzoni, proprio dove questa incrocia la bella e addormentata via Golchovskàja.

Da lungo tempo ormai si combatteva questa caccia notturna, tanto che né il modo né il momento in cui questa febbre era iniziata era noto a più di due o tre teste – manipolo di oscuri, oscurissimi indigenti, silenziosi e muti, precari e fragili come la pioggia quando cade, senz’alcun rumore, al principio di settembre.

Si era in quel mese, un tempo. Mia madre mangiava le ultime lame di marmellata di ciliegie. Tale e quale a un topo, invece, Szurado ne rosicchiava via un po’ da una fetta biscottata: ché in effetti era un topo, Szurado, appena più invadente e disumano, da che aveva quel modo di parlare che per nulla al mondo si sarebbe preferito a uno squittire. Così qui non parlerà mai, Szurado; non lo permetterò.

Come mai costui era in casa mia, quel giorno, così ben fornita di trappole per topi, essendo mio padre esperito agricoltore e assai abile nell’arte artigiana? Vi era arrivato per la verità assai facile, volando su uno straccio di carta, come aladino sul suo tappeto.

Lo straccio di carta in questione era un avviso di chiamata alle armi, firmato dal sovrano ipse, per giunta, non poco.

[continua…]

 

Quale di questi personaggi comparirà nel prossimo episodio?

  • L'intera parentela di Szurado (25%)
    25
  • Un cardinale ammorbato (25%)
    25
  • Lo zio eccentrico del protagonista (50%)
    50
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28 Commenti

    • Ciao, grazie di aver letto. come probabilmente avrai notato oggi ho letto la tua storia: sono rimasto perplesso, sul serio, non riesco a capire come possa piacerti il mio modo di scrivere, quello che scrivo eccetera… (nb: non lo scrivo per modestia o che so io… è che sono due modi di scrivere così antitetici, diciamo, e il tuo è così calmo e delicato che davvero non capisco come… non so se sono riuscito a spiegarmi)

      • Certo, ti capisco bene. Ma a volte accadde proprio questo… ci piacciono cose lontane da quello che scriviamo…ed è un bene, altrimenti rischieremmo d’appiattirci con letture sempre uguali. Pensa che io adoro Joe Lansdale e spesso mentre leggo i suoi meravigliosi romanzi chiudo un occhio perché mi mette ansia e devo prendere un respiro prima di continuare 😉
        E poi ti dirò che ho scritto “Il signor Binnibut” proprio per inventare qualcosa di leggero che non avesse nulla a che fare con un’altra storia su cui sto lavorando.
        Poi certo, lo stile resta quello, ma i contenuti possono dare risonanze differenti al nostro modo di scrivere.
        Per cui ti assicuro che apprezzo molto il tuo stile e ciò che racconti. Davvero 🙂

  1. Premettendo che non so se potrai superare “Le pain (Il pane)” per il mio ormai innamorato cuore, seguo con estremo interesse anche questo racconto.
    L’ambientazione sembra molto interessante, lo stile continuo a reputarlo tra il folle ed il geniale, voto per il cardinale e aspetto con ansia il prossimo capitolo.
    A presto,

    • Hai ragione, lo preferisco anch’io. Ma — cosa che forse il tuo istinto geometrico e allo stesso tempo tormentato non faticherà a comprendere — mi stanco spesso e — cosa che forse il tuo istinto geometrico e allo stesso tempo tormentato faticherà a comprendere — altrettanto spesso lascio perdere. Scrivere del pane, contro ogni previsione, si è rivelato uno sforzo più grande della mia pazienza se non delle mi capacità (anche se, e lo dico senza ridicoli incensamenti, il tuo tentativo è di gran lunga più estenuante e, se devo essere sincero, le Pain è nato probabilmente come un tentativo di liberarmi delle tue stesse ossessioni e della tua stessa impossibilità di scrivere senza guardare la penna, potremmo dire, e cioè senza in un certo senso pensare. Ma, in questo periodo mi ritrovo più estroverso del solito e incredibilmente più disposto ad aderire a qualcosa, perciò spero che anche questo racconto finisca per piacerti!)

  2. Lo zio eccentrico.
    Anche se vuol essere un flusso di pensieri, secondo me andare a capo un po’ più spesso aiuterebbe la lettura.
    A parte ciò (e un paio di sviste, ma so che a volte anche rileggere allo sfinimento non basta per non lasciarsene sfuggire), mi è piaciuto davvero molto. Più fantasy che avventura, forse, ma davvero pregno di promesse per il seguito.
    Certo che se la mamma gli leggeva solo le pagine felici di Dostoïevski, non doveva durare molto la lettura serale 🙂
    Ciao

    • “Certo che se la mamma gli leggeva solo le pagine felici ecc…” sì esatto, la tua è un’osservazione ottima — non posso rispondere né spiegare, però: probabilmente ti direi troppo dei prossimi episodi… ma sei sulla strada giusta se vuoi scoprire quello di cui sta storia realmente parla. Magari ti sembrava un dettaglio senza importanza, ma ti assicuro che non è così — anche se non me ne sono accorto finché non me l’hai fatto notare, devo essere sincero! Ahah.

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