All’erta, sentinella!

Catene

Non è sempre facile conoscere come e quando sia iniziata con precisione la storia delle nostre famiglie e nella narrazione dei fatti che conducono alla nostra nascita, si sceglie colui o colei che con le sue azioni sarà da esempio alla discendenza. Io inizierò da mio nonno, Marcello De Santis che salvò la vita di un galeotto.

Questa storia inizia nel 1875, sull’isola di Nisida.

 

All’erta, sentinella!

 

Sollevò la mano, era il segnale. Claudia si avvicinò col catino colmo alla poltrona dove languiva la zia e cominciò a lavarla. Lo sguardo spento, la pelle verdognola e i capelli malamente tenuti, non nascondevano che Vittoria Troisi era una bella donna, ma la difterite l’aveva invecchiata prima ancora dei suoi 45 anni. 

Vittoria alzò i grossi occhi, coperti per metà dalle palpebre calanti e guardò la giovane nipote. La sua fredda mano le bloccò il polso facendo zampillare l’acqua dal catino. Claudia ebbe un brivido, come se la stesse toccando la morte stessa.

– Nipote mia diletta – la sua voce rauca, strascicata da una gola in fiamme, ferì le orecchie della giovane, quasi come se le avesse grattate per farle ricordare bene ciò che stava per dirle. Ma furono poche parole, dette con un’amarezza che Claudia portò nel cuore per molti anni: – Nipote mia cara, non innamorarti mai di un galeotto, soprattutto di un micidiale! – furono le ultime parole di Vittoria Troisi.

La mano lasciò la presa e si fermò a penzoloni sul bracciolo. – Zia! – ma la zia non poté risponderle, aveva appena lasciato questo triste mondo, per lei ancora più triste, relegata sull’isola da quindici anni, dalla prematura morte di sua cognata. Vittoria aveva servito il fratello e i nipoti come una madre amorevole e devota, per loro non si era sposata, per loro aveva perso amore e libertà perché l’isola di Nisida è un paradiso, è una prigione. 

– Domenico. – Claudia guardò verso l’uscio. Suo cugino aveva trascorso due giorni interi, rincantucciato in un angolino, a vegliare la zia. Raramente era stato visto in cucina, per bere solo dell’acqua.

Domenico, o come era da tutti chiamavano, Mimì, entrò e comprese  quanto accaduto guardando Claudia. Si tolse il cappello e in un moto di sofferenza singhiozzò tra le braccia della cugina.

* * *

Il direttore, il padre di Domenico, non c’era, era andato a Napoli e sarebbe stato di ritorno in giornata. Claudia e il cugino sapevano che avrebbe condotto con sé un nuovo carcerato, salvato dalle fredde mura del penitenziario di San Francesco.

– Claudia. – Mimì la raggiunse in cucina – Ho cercato quei documenti che mi hai chiesto, ho trovato queste.

Il giovane ventenne poggiò sul tavolo delle vecchie lettere legate con un nastrino.

– Sono di zia?

– Credo. Cosa ne facciamo?

Claudia le guardò: – Saranno le lettere che le scrivevano i genitori.

– Possiamo leggerle?

– Non credo ci sia nulla di male.

– Leggi tu.

Lei ne prese una, la spiegò e guardò il cugino: – Ma il mittente è un certo Marco.

– Non conosco alcun Marco… forse solo un ergastolano che sembra sia scappato anni fa.

– Non so ora se sia il caso di leggerle.

– Non credo neppure io.

Mimì le riprese dal tavolo: – Le conserverò tra le sue cose… Claudia, parlerò con papà, non è giusto tenerti ancora qui.

– Ci sarà tempo per parlarne. Ora dobbiamo pensare alla zia.

Domenico annuì e corse fuori, dove i galeotti se ne stavano silenziosi su un muretto per il drappo nero che ora svettava dalla finestra. Il sole scendeva dietro la collina imbrunendo la costa e il cielo che si schiudeva ai colori del tramonto. PersinoCatena, un ergastolano, quel giorno se ne stava seduto, senza strascinare rumorosamente, come faceva per protesta, la pesante catena legata alla sua caviglia.

– Condoglianze – gli dissero levandosi il berretto. Mimì era passato d’innanzi a loro distrattamente, ma nessuno si era offeso.

– Mimì – disse Nicola, in carcere da due anni – dì a tua cugina che di qualsiasi cosa abbisogna, può contare su di noi. – gli altri annuirono.

Domenico alzò il cappello in segno di ringraziamento. Si fermò su un’altura a picco dove, affacciandosi, avrebbe scorto l’abisso profondo, ma chi come lui vi viveva da anni, non ci faceva più caso. Allungò la vista fin verso Bagnoli e notò delle barche da diporto e una barchetta con due sole persone, forse due innamorati, che si lasciavano cullare dall’acqua bruna del primo crepuscolo. Più in là scorse una figura ricurva su un remo che trasportava tre uomini. Mimì attese pazientemente che arrivassero sotto la costa e quando i suoi occhi riconobbero i passeggeri della piccola imbarcazione, vide il padre che con un carabiniere di fianco teneva a bada il nuovo galeotto. “Eccone un altro,” pensò Domenico “che se ne andrà come un’anima serena tra i sentieri odorosi e i campi brulli, ad ammirare la costa dei Bagnoli, così lontana e così vicina, che conterà le stelle nelle melanconiche notti e godrà della salutare aria di mare e quando la caviglia gli dorrà, ricorderà, e oltre alle stelle, conterà i giorni che lo separano dalla libertà.”.   

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14 Commenti

  1. Bella l’ambientazione e accurate le descrizioni. Sembrava di essere in una galleria d’arte, davanti a una sequela di paesaggi bucolici dipinti con maestria da un’animo sensibile… Ho votato per ‘le lettere’, sono troppo curioso di sapere cosa ci sveleranno… Se hai modo e tempo sarei curioso di sapere che ne pensi del mio esordio… Ciao e alla prossima. Intanto seguo.

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