NON è FACILE.VIVERE.

Neanche la notte più buia può impedire al Sole di sorgere nuovamente.

Non è facile. Non è facile raccontare la storia di un giovane, di un ragazzo a cui la vita è cambiata nel giro di tre settimane o poco più. Non è facile riferire le sofferenze fisiche e, soprattutto, psicologiche che il povero giovane ha dovuto patire. La vita può evolvere, in peggio o in meglio e, spesso, quando si è convinti che non c’è più speranza e che nulla possa cambiare, il destino o la Provvidenza, che dir si voglia, ci pone dinanzi agli occhi un nuovo lume, una nuova speranza, la speranza che neanche la notte più buia può impedire al Sole di sorgere nuovamente. Proprio questo chiarore speranzoso spinge me, umile servo di questa penna e di questa mano, a riferire questa vicenda, partendo da un pomeriggio soleggiato di un’estate particolarmente torrida. L’afa e il caldo tormentavano la penisola italica e, in particolare, un paesetto dell’Italia centrale, nei pressi della capitale. 

Nella stanza del prefetto di tale paesetto, se ne stava seduto sulla sua poltrona un signore più vicino ai sessanta che ai cinquanta, che leggeva orgogliosamente una copia dell’allora noto giornale Il Popolo d’Italia. Oso affermare “orgogliosamente” per sottolineare l’ardore e la gioia che il titolo della prima pagina trasmetteva al cuore di questo signorotto. Il quotidiano, infatti, riferiva l’entrata in vigore delle leggi razziali in Italia e ciò rendeva felice il fascista, signor prefetto. Gli occhi neri come la notte, ad ogni riga scintillavano sempre più  di un connubio tra contentezza e rancore. 

Mentre contemplava l’unica immagine che quel giorno il quotidiano offriva, che rappresentava un “perfetto esemplare di razza puramente italiana”, bagnandola col sudore delle mani e quello proveniente dalla fronte grondante, si aprì con un tonfo, interrompendo il fragoroso silenzio che regnava fin a quel momento nella stanza, la porta dell’ufficio. Apparve un giovincello di circa vent’anni, rigorosamente vestito in camicia nera, pantalone grigio e sul capo un moschetto; uniforme alle regole sull’abbigliamento, che il PNF aveva stabilito ai gruppi di balilla. I lineamenti, ancora innocenti, non mancavano di trasmettere la fierezza di essere un fascista. Anche a lui gli occhi scintillavano di luce, ma di una luce diversa da quella del prefetto, un barlume di gioia quasi infantile, di chi sa che, terminata quella commissione, gli si spalancheranno le porte della libertà di girovagare e di divertirsi con gli amici. 

Mentre il prefetto si alzava in piedi, il ragazzo quasi fosse una macchina si mise sugli attenti e salutò il suo superiore romanamente (nel modo in cui si salutavano i fascisti). Il fanciullo comunicò che la missione, ordinatagli dal prefetto, era stata portata a termine e che ora, se gli era concesso, sarebbe andato a casa. Il prefetto allora rispose << Bravo il mio caro Marco Calciano – così si chiamava il ragazzo – sono fiero di te e sono sicuro che anche il nostro amato duce sarebbe orgoglioso di te. Ora, però, dobbiamo concentrarci su altri obiettivi, sicuramente più importanti per le sorti della nostra patria>>. Si schiarì la voce poi proseguì << non so se ne sei al corrente, ma oggi il governo ha approvato le leggi razziali che permettono ai prefetti di poter allontanare e punire gli ebrei e le razze minori>>. Al solo sentir proferire il sintagma “leggi razziali”, il sangue del giovane Marco si ghiacciò. Fin da piccolo aveva stretto amicizia con ebrei, il suo miglior amico era ebreo, tale Simone Di Porto. Conoscendo la crudeltà del prefetto, al solo pensare che questo aveva pieni poteri di punire gli ebrei, rabbrividiva. Marco, tra l’altro, sapeva di certi campi in cui gli ebrei lavoravano in maniera così atroce che quasi venivano venivano torturati. Ora, siccome aveva sentito dalla parole del prefetto il verbo “allontanare”, temeva sempre più che il suo migliore amico venisse deportato. Il prefetto continuò << In questo paesetto, quando ero un povero bracciante, c’era un famiglia ebrea – sono sicuro che c’è anche adesso – che non mi stava simpatica. Siccome mi è stato mandato in allegato un elenco da compilare per mandare a fare un “bel viaggetto” ad alcuni ebrei, non mi dispiacerebbe se su questa lista comparisse il nome di quella famiglia>>. Se al giovane Marco, in precedenza, gli si era ghiacciato il sangue, ora ci mancava poco all’infarto, cosa che,però, per poco non avvenne quando il prefetto pronunciò il nome fatidico della famiglia Di Porto. La felicità, che fino a poco prima risplendeva negli occhi del giovinotto, ora si era spenta e aveva lasciato il posto ad uno sguardo perso nel vuoto e ad una frase gelida, ghiacciata << Sarà fatto, signor prefetto>>.

A casa, si chiuse in camera, ignorando tutti, si chiuse in camera in silenzio. Il caldo, pur essendo sera, non cessò di tormentare gli italiani, ma un gelo feroce regnò per tutta la notte nella camera del povero Marco Calciano.

Cosa farà Marco, obbedirà al prefetto o al suo cuore?

  • Escogita un piano per obbedire al proprio cuore pur obbedendo al prefetto. (88%)
    88
  • obbedisce al proprio cuore: difende Simone e ne subisce le conseguenze. (13%)
    13
  • obbedisce al prefetto: arresta Simone e la sua famiglia. (0%)
    0
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24 Commenti

  1. Ho votato per il sì perché, alla fine della storia, vorrei i Di Porto finalmente al sicuro.
    Anche se…
    Ci si potrà fidare di questa Lucia? Marco si è già infatuato di lei, quindi potrebbe non avere la giusta obbiettività per riconoscere un pericolo. Quel furgoncino potrebbe essere una trappola? Oppure la trappola sarà nella casa in cui dovranno attendere i nuovi documenti?

  2. Ciao,
    Questo racconto mi piace un sacco! Ho votato per la libertà, perché la domanda dice che “la sorte aiuta Marco” e ciò è incompatibile sia con la morte, che con il campo di concentramento. Del resto, se tutti morissero al quinto capitolo, il racconto non potrebbe proseguire. Inoltre “libertà” è la mia parola preferita, perciò non potrei scegliere altro.
    Però, qualora la famiglia dovesse effettivamente morire, vorrei che Marco si schierasse ufficialmente dalla loro parte, morendo insieme a loro.

  3. E’ il tipo di scelta che non vorrei mai affrontare.
    Se non ha la soluzione, né il coraggio di affrontare il suo superiore adesso, non li avrà neanche dopo che i Di Porto saranno deportati.
    Se disubbedisce al prefetto, sarà punito.
    Se li consegna, sarà dannato.
    Sarò romantica. Si mette a rischio e li salva.

  4. Non posso resistere a un racconto storico, specie se ambientato negli anni della guerra 😉
    Lo stile mi piace, hai reso bene i primi due personaggi. Stai solo attento alle ripetizioni ^^
    Trovo troppo rischioso per lui disubbedire e non mi sembra il tipo da voltare le spalle al suo migliore amico. Perciò troverà un sistema alternativo.
    Aspetto il seguito! Ciao!

  5. Sembra davvero bello
    E poi questo ”ambiente”, o meglio le vicende che girano intorno al fascismo, mi son sempre piaciute. Ma sopratutto mi ha piacevolmente colpito la prima parte del racconto, bellissimo! Ho scelto la seconda opzione. Comunque fremo per il prossimo episodio 🙂

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