Nelle Tenebre

Dove eravamo rimasti?

Cosa farà il protagonista? Apre la porta (70%)

Il primo passo

Tum. Tum. Tum.

Cos’è? Il cuore di un atleta che batte all’impazzata? Un tamburo che risuona nella notte della savana, richiamando i fedeli al rituale notturno?

Tum. Tum. Tum.

Mi scrollo di dosso la rabbia e rivolgo la mia attenzione a quel suono insistente, snervante, uno stridore che soffoca le urla che mi risuonano dentro.

Il vicino che bussa, e bussa, e bussa.

Il sangue che ho nelle vene accelera la sua corsa. No, non è sangue, è qualc0s’altro, sono tenebre, tenebre che si agitano nel buio.

È il male, questo?

Non è bene, non è male. È caos, è passione, è potenzialità, è cambiamento.

Tum. Tum. Tum.

Guardo la porta, un banale riquadro di finto legno. Di laminato, mi è stato detto. Blindata, mi è stato detto. Per tenere il mondo fuori, per proteggermi, mi è stato detto.

Non ci si può difendere da tutto.

La guardo, la guardo ancora. Tenebre nelle mie vene, scintille sospese nell’aria. La guardo, ne assorbo l’essenza. La vedo. Metallo, barre, serrature, contrappesi, rinforzi. Guardo ancora, più in profondità. Fasci di notte intrecciati alla luce del giorno, i primi prigionieri e incapaci di cambiare, i secondi simili a una rete, una gabbia, a catene argentee.

È la realtà, nient’altro che la realtà. Luce e Oscurità, Oscurità e Luce.

Mi alzo di scatto, ignoro quel che vedo, lo sopprimo.

Tum. Tum.

Spalanco la porta di scatto, interrompendo il terzo cacofonico rintocco delle nocche del vicino.

Come per la porta, lo guardo. I miei sensi acuiti dall’ira colgono ogni dettaglio del suo volto grottesco: i suoi occhi piccoli e scuri, il volto floscio e mal rasato, i capelli sempre più radi pettinati in avanti, per dare l’impressione che ci sia ancora una chioma. Ridicolo e grottesco, grottesco e ridicolo.

Mi fissa, e parla, parla. Cosa dice? Cosa balbettano quelle labbra carnose e sporche di un rimasuglio di colazione? Tutto di lui ferisce la mia percezione, anche quelle sillabe incomprensibili.

Il suo sguardo mi giudica, mi pontifica, e poi scivola via, dietro, al salotto. Le foto! Come osa? Come? Lo sento, lo vedo nelle sue tenebre interiori, dentro la carne, le ossa, le cellule che nascono  e muiono senza fine. E l’ira cresce ancora, senza fine, un oceano illimitato di oscurità.

Pensa che sono pazzo, che dovrei venire cacciato, che sono un essere inutile, che disturbo, che finalmente sono stato lasciato, che gente come me non merita di stare in mezzo agli altri.

Il suo borbottio si alza di tono. Provo a comprenderlo, ma non ci riesco. Follia, forse? Mia, o sua? Forse il folle è lui, forse lo sono tutti, forse solo io ho capito.

Pecore, pecore ignare. E ci sono i lupi, pochi e nascosti. Lupi…

Io sono pazzo, lo è lui. Realtà, realtà, quale quella vera? Sono il senzatetto che borbotta dal vicolo, mezzo ubriaco, o il passante in giacca e cravatta che lo ascolta senza capire? Se non ne capisci il significato il pazzo è lui, giusto? Certo, solo lui, l’unico a dire qualcosa di oscuro, solo lui.

Eppure, eppure, quei pugnali contro la sua anima, veleno, accuse, giudizi. Pezzi di legno buttati nel fuoco dell’ira, combustibile che aumenta la fiamma, sempre di più, fino a non farmi vedere altro che quella gialla lingua ardente.

Tutto per lei, per lei, i suoi sorrisi perduti, il suo sguardo ipocritamente felice.

Lasciati andare. Le tenebre ti hanno mostrato il vero volto del mondo, le tenebre di guideranno lungo il sentiero.

Dalle vene l’oscurità si spande nei muscoli. Ogni molecola di me grida e urla, carica di energia innaturale. Mi pare di diventare fluido, di cambiare, fatto di cera, fusa e rimodellata dalla rabbia. Nei suoi occhi non c’è che terrore. Di me, hai paura di me? Come osi?

Lasciati andare…

Mi lascio andare.

Buio.

Tum. Tum. Tum.

Il velo di fronte ai miei occhi viene tolto, e non rimane che il battito irregolare del mio cuore.

L’ho preso per il collo, l’ho sollevato con una mano sola e spinto contro il muro alle sue spalle. Anzi, dentro il muro. Schizzi di sangue contro la tinta beige delle pareti, che ho sempre odiato. Il torace schiacciato e contorto in modo innaturale, due costole che spuntano come dita aggiuntive. Quel che c’era dentro il suo collo in frantumi, le mie dita come fasce di ferro. Il suo sguardo vuoto, che non giudica, che non giudicherà mai più.

Il primo passo lungo il sentiero.

È un sospiro di soddisfazione, quello che sento nella mia oscura voce interiore?

Rumori dagli altri appartamenti. Ho urlato, ha urlato? Il fuoco dell’ira si spegne come sotto uno tsunami ghiacchiato, e le falangi adunche del panico mi tolgono il respiro.

Cosa ho fatto? Cosa farò?

Panico, furia e raziocinio combattono dentro il protagonista. Chi vincerà?

  • Il raziocinio - Far sparire le tracce, allontanarsi (80%)
    80
  • La furia - I rumori devono cessare, nessuno deve sapere (0%)
    0
  • Il panico - Torna nel suo appartamento e si chiude dentro (20%)
    20

Voti totali: 5

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7 Commenti

  1. Lo ignora e finge di non essere in casa, o almeno io farei così al posto del protagonista 😀

    Un ottimo incipit, davvero ottimo. Lascia presagire poco o nulla, ma mi piace proprio per questo. Magari, a prescindere dall’opzione “vincitrice”, nel prossimo capitolo cerca di spiegare in qualche modo perché il dirimpettaio va a bussare preoccupato: che motivi aveva? C’è qualche particolare che gli è parso così strano?

    A presto 🙂

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