Nelle Tenebre

Coriandoli di sorrisi

Un’alba grigia, intrisa di smog, fa capolino tra i listelli consunti delle imposte.
Non la vedo, non alzo neppure gli occhi. Ma la sento, sì, la percepisco, e quasi spero che il tocco lieve delle sue dita eteree mi porti conforto.

Non è così.

Rimango dove sono, dove sono stato per tutta la sera e per tutta la notte, seduto per terra, circondato dai patetici resti della mia vita con lei. Foto, soprattutto. In preda alla furia, ne ho strappate a decine, costruendo una nube di asteroidi di carta luccicante che mi circonda da ogni lato.

Ovunque posi lo sguardo vedo qualcosa di lei: un lampo di sorriso, uno sguardo congelato nell’eternità, un frammento lucente dei suoi capelli. Era così importante, per me? Lo era, certo, ma lo era a tal punto da farmi passare una notte in bianco? A pensare, a piangere, a maledirla, a implorarla. Come se fosse qui, come se potesse sentire i miei biascichi disperati.

No, non sono io, questo.

Io penso troppo, giusto? La sua accusa finale, l’ultima di una lunga serie: troppo serio, troppo impegnato per mille e una causa, troppo snob per i nostri amici, troppo schizzinoso per l’archetipo della serata fuori a divertirsi, a bere e a stordirsi.
Allungo una mano e pesco una foto a caso, una di quelle ancora intere. Io e lei, sorridenti, che ci divertiamo chissà dove. Non vedo che sorrisi, attorno a me, ma ora mi sembrano falsi, così falsi.

È questa, la realtà? Sorrisi falsi e qualche foto?

Forse, forse no.

Poso la foto e cerco di mettere a fuoco la realtà che mi opprime da ogni lato, implacabile. Assorbo ogni dettaglio del mio appartamento, su cui ancora aleggia la presenza di una donna,  e che tornerà presto a essere quello di uno scapolo fin troppo ordinato. Dovrei alzarmi, fare colazione, pescare un vestito dall’armadio, immergermi nella bolgia degli altri colletti bianchi e andare al lavoro. La quotidianità mi chiama, con i suoi rituali, con la sua banalità.

È questo, quello che voglio?

Ma che senso ha?

Non per lei. Lei è stata l’ultima goccia. Quando sono stato libero per l’ultima volta? Sono mai stato libero, da quando sono nato?

Dentro di me qualcosa si agita, forse si risveglia. Non si trova nel corpo, non nelle buie cavità che ci ricordano spesso e volentieri la nostra fragilità, non lì. Più addentro, nel profondo.

Come faccio sempre, cerco di capire. Ignoro la vocina interiore che mi ricorda, sempre più pressante, che rischio di arrivare in ritardo, e chiudo le palpebre. Buio, penombra, rosso che si agita, il battito ora lento ora agitato del mio cuore. La vita che scorre, l’orologio che ticchetta piano, inesorabile.

Cosa sto facendo?

Bugie, solo bugie.

Quel sommovimento interiore, ancora.

Cos’è? Cerco di percepirlo, di toccarlo, di tracciarne un profilo. Poi comincio a intuire una forma, anche se vaga.

Quella del mio volto.

Fatta di notte, di buio, di nuvole foriere di burrasca.

Non ha senso, lo so, ma ora come ora mi sembra tutto quel che di vero è rimasto nella mia vita. Quella tenebra, quel buio.

Hai ragione, io non sono che verità, l’unica certezza che avrai, ora e sempre.

Sto forse impazzendo?

Cos’è la pazzia? Chi decide chi è pazzo e chi no? Chi ha tracciato il confine?

La vocina interiore insiste: ritardo, rimprovero, licenziamento, stipendio, denaro…
La rabbia che mi avvolge in una nube di furore rovente è mia, ma anche frutto delle tenebre che ho dentro. Io la produco, loro la amplificano.

O è forse il contrario?

“Basta!” urlo all’appartamento vuoto, ai vicini, alla città, al mondo intero.

La vocina della ragione mi ammonisce e mi conforta, giustificando la mia ira e il mio sfogo: gli amici capiranno, il datore di lavoro fingerà di capire, i vicini annuiranno con finta compassione. È stato lasciato, poverino, è normale che sia fuori di sé. Ma poco, solo un pochino, perché i binari della normalità non si lasciano, e il treno deve riprendere il suo cammino il prima possibile.

Perché? Chi lo dice? È il tuo buon senso a parlare, o la tua paura?

Rabbia, ancora rabbia, tanto intensa da farmi ribollire il sangue nelle vene. Quando spalanco gli occhi sto urlando ancora più forte. Le foto attorno a me si sono mosse, come se un vento improvviso le avesse allontanate di parecchi centimetri. Ansante, guardo le pareti, i quadri, i soprammobili. Sembrano ora piccoli, ora grandi, ora coperti di nebbia, ora luccicanti. Qualcosa si agita dentro di loro, qualcosa.

Sto impazzendo, ora lo so.

O, forse, stai iniziando a percepire la realtà così come è davvero.

Mi osservo la mani, la dita affusolate. Sotto la pelle ci sono tendini, ossa, vasi sanguigni. Il ribollire che sento è ancora lì, appena sotto la superficie.

Lasciati andare…

Un bussare improvviso mi fa sobbalzare, riportandomi di schianto al presente.
Le tenebre dentro di me, però, non se ne sono andate. Aspettano, sussurrano, sorridono.

“Tutto bene, lì dentro?”

Il dirimpettaio, riconosco la voce.

Bussa, e bussa ancora.

La solitudine è un lusso, a quanto pare.

La rabbia che torna a montare, invece, è una vecchia amica.

Devo solo capire se e come dirigerla.

Cosa farà il protagonista?

  • Apre la porta (70%)
    70
  • Lo invita ad andarsene (20%)
    20
  • Ignora il vicino e finge di non essere in casa (10%)
    10
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7 Commenti

  1. Lo ignora e finge di non essere in casa, o almeno io farei così al posto del protagonista 😀

    Un ottimo incipit, davvero ottimo. Lascia presagire poco o nulla, ma mi piace proprio per questo. Magari, a prescindere dall’opzione “vincitrice”, nel prossimo capitolo cerca di spiegare in qualche modo perché il dirimpettaio va a bussare preoccupato: che motivi aveva? C’è qualche particolare che gli è parso così strano?

    A presto 🙂

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