Storie di Solitudine

Dove eravamo rimasti?

È giunto il momento, ragazzi, di fare un salto. Ma verso dove? Verso il futuro, con il genere fantascientifico. (63%)

Fantascienza - Eccessi di conoscenza

Fu dopo la fine della Terza Grande Guerra che l’industria dei robot ebbe modo di progredire in maniera irreversibile ed esponenziale. Gli sperimentalismi del Giappone sfociarono in macchine sorprendentemente intelligenti, prive di parola, ma dalle abilità impossibili da emulare per gli esseri umani. Su questa linea, americani e tedeschi presero la palla al balzo: robot umanoidi dai cervelli positronici e dalle virtù psicofisiche ineguagliabili si stagliavano ora per le strade di tutto il mondo, addetti a lavori pericolosi per gli uomini, o balie di anziani e portatori di handicap, assistenti nelle aziende più disparate, e chi più ne ha più ne metta.
Schegge d’acciaio in un mondo di carne, la modernità era divenuta quotidianità, il futuro presente. Con tutti i pro e i contro che questo avrebbe comportato.

Alesa, settantacinquenne, bibliotecario in pensione, alzò le candide sopracciglia verso il calendario digitare incastonato nella parte: 2 dicembre 2059.
Molti spiragli del passato vengono ripudiati dalla memoria di un vecchio, ma non quelli importanti: Alesa pensò ai suoi figli, uomini d’affari in balia di troppi impegni per far visita al vecchio padre; pensò a sua moglie, che lo aveva abbandonato anni addietro, con la scusa: “sei un retrogrado, una mummia ammuffita, questi sono tempi veloci e tu non riesci a stare al passo”.
“Glielo faccio vedere io il retrogrado…” aveva bofonchiato, poco tempo dopo, dirigendosi alla RobotCo. “Un retrogrado si comprerebbe un robot da compagnia? Io non credo”.
Ed eccolo lì, il suo robot, nell’angolo adibito a biblioteca che si concedeva una buona lettura dopo le faccende di casa. Alesa era uno dei pochi a possedere ancora copie cartacee di Dostoevskij, Kafka e molti altri. Una vera rarità, un motivo d’orgoglio.
Ma il motivo di vero orgoglio era lui, il robot. Xax era il suo nome. Acquistato come gesto di disprezzo e di riscatto nei confronti della moglie, era divenuto prima un antidoto alla solitudine, poi un surrogato di figlio da accudire e a cui prestare amore.
“Ricordati sempre, Xax” ripeteva sovente l’uomo alla macchina “la solitudine è il peggiore dei mali, equivale alla morte. Per fortuna che io ho te!”

Quel giorno, il robot ripose con premura il romanzo di Asimov di cui stava divorando le pagine nella libreria, si rivolse al vecchio e, inespressivo, disse:
Alesa, io voglio morire.
L’uomo trasalì, lasciandosi sopraffare da tutta la sorpresa che i suoi anni gli concedevano. Si avvicinò al robot, tentennante.
– Ma cosa dici, Xax! Lo sai meglio di me, che questo non è possibile. La Terza Legge…
La Terza Legge della Robotica imponeva agli automi l’autoconservazione. Uno degli assiomi improrogabili a cui era impossibile trasgredire.
– E poi, perché questo desiderio così folle?
Il metallo cromato del petto del robot scintillava da dietro gli spessi occhiali di Alesa.
Xax spiegò, con la sua voce eterea, che il motivo era la solitudine. Il suo padrone gli aveva sempre insegnato, in maniera così viva, che se si è soli al mondo tanto vale farla finita. Ed effettivamente, la Seconda Legge imponeva l’obbedienza agli esseri umani.
E poi – concluse il robot – ho letto molti libri, stando con te, libri di persone istruite e che ne sanno molto della vita. E nella maggior parte di questi, uno dei messaggi impliciti è palese: compagnia è bene, solitudine è male. Ed io sono solo.
Alesa si sentì ferito nell’orgoglio.
– Tu non sei solo. Tu hai me.
Questo è irrilevante. Tu sei un uomo, io un robot, siamo incompatibili per natura.
– Dannazione, Xax! Hai letto molti libri, è vero, quindi dovresti aver capito che le discriminazioni razziali sono scempiaggini da eliminare!
Non mi considero affatto parte di una minoranza razziale. La questione è diversa. È scritto fin dalla prima pagina di qualsiasi manuale di robotica: i robot sono oggetti, strumenti creati dagli uomini per gli uomini. Come potrebbe dunque, uno strumento, vivere in società con i propri creatori?
– Ma tu… – il volto di Alesa era rigato da lacrime: un’emozione che un robot non potrà mai comprendere. – Ma tu sei mio figlio.
È troppo tardi.
– No, invece. Ti ordino di non ucciderti. Per la Seconda Legge sei obbligato ad ubbidirmi.

In realtà era davvero troppo tardi: Xax attivò il congegno interno d’autodistruzione (una precauzione nel caso l’automa avesse presentato comportamenti perniciosi) ed il suo cervello positronico cessò di funzionare, così come la sua “anima”.
Come era potuto accadere? Semplice. Nel corso della loro esistenza comune, Alesa aveva persistentemente ripetuto a Xax che “solitudine = morte”. Una convinzione talmente sentita, talmente radicata nell’uomo, da risultare nella mente del robot come un ordine impellente. Talmente ineluttabile da svilire l’obbligo di autoconservazione dell’automa, talmente indiscutibile da ignorare l’ultimo ordine del suo padrone.

Alesa si asciugò le lacrime, guardò attraverso la finestra la neve che tangeva indifferente l’asfalto, e si chiese:
– È davvero a questo che porta un eccesso di conoscenza?

Ok, è giunto il momento di dare più spazio alle vostre opinioni: vi anticipo subito che la prossima storia tratterà il Mistero, ma...

  • Narrerà di un bambino, e del suo tentativo di svelare ciò che i suoi genitori stanno tentando di precludergli. (75%)
    75
  • Narrerà dei contorti trascorsi di un detective in pensione. (0%)
    0
  • Narrerà dei misteriosi assassinii avvenuti su un'isola abitata da superstiti di un disastro aereo. (25%)
    25

Voti totali: 8

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30 Commenti

  1. il bambino ha molto da dire…il detective potrebbe essere Marlowe…e i superstiti…Lost…E’ sempre meglio sentire cosa ha da dire un bimbo che espone i problemi del suo mondo. Mi piace molto il tuo modo di scrivere. coinvolge. complimenti.

  2. L’opzione del bambino mi sembra originale. Voto x quella. È stato molto toccante questo ultimo capitolo, hai trovato una giunzione tra il mondo umano e quello robotico: il male della solitudine, un tormento psicologico che ti divora dall’interno e che porta, ineluttabilmente, alla morte. Bravo 🙂

  3. Ciao! Devo premettere che questo è il capito che meno mi ha entusiasmata, ma non per questo meritevole…Forse, secondo mia impressione, un po’ frettoloso…
    Continuo a seguirti e ho votato per i misteriosi assassini, perché sono curiosa di vedere come legherai il filo conduttore, cioè la Solitudine, con superstiti assassinii e mistero! 🙂
    Un caro saluto

  4. Triste non poter realizzare il proprio sogno e tentare di realizzarlo con l’inganno. Anche se il fine e’ una risata. Ho respirato l’aria triste e coinvolgente di una periferia nebbiosa dove esordiscono comici dilettanti. Il finale forse Felliniano lascia un pochino di amaro in bocca. Ma coinvolge e prende. Il finale riporta alla realta’ i sogni. Forse era l’alba…il momento dove si infrangono … Complimenti.

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