These are my shoes

Dove eravamo rimasti?

A che persona sta pensando il protagonista? Una persona scomparsa molti anni prima... (73%)

Digressione

« Meg-deli Am-bani» balbettai quasi inconsapevolmente. «Come dice? Ripeta per favore! » disse Maggie. Quando mi accorsi che mi stava scrutando con maggiore insistenza, iniziai a respirare con affanno e, come preso da un mancamento, mi lasciai cadere su un seggiolino traballante di quelli installati a piccoli sciami lungo la banchina. «Si sente bene? Vuole che chiami un’ambulanza?» disse l’agente, il cui naso oramai si trovava a pochi centimetri dal mio, facendomi sentire l’impazienza del suo respiro, un fiato acido di Marlboro e liquirizia che male si sposava con il suo bel visino. Era pronta ad assalirmi di domande, mi era bastata una veloce occhiata per scorgere nel suo sguardo infuocato la morbosa curiosità, l’indole istintiva che l’aveva forse guidata fin da piccola e che negli anni, probabilmente, le aveva permesso di finire velocemente l’accademia, diventando finalmente una vera “sbirra”.

Già immaginavo la scena: la matita infierire sul suo blocco notes, riempito con forza di minuziosi appunti, la sua voce gracchiare un codice alla radio e poi la mia faccia in centrale davanti a un verbale, nella classica stanza degli interrogatori, una luce insistente puntata addosso, l’odore di una tazza di caffè sintetico, la secchezza della gola alla vista di una bottiglia d’acqua inaccessibile e qualche grugno marmoreo pronto a delineare il mio viso agitando indici accusatori.

Dovevo andarmene, e dovevo farlo alla svelta.

«No non mi serve niente, la prego sono ancora sconvolto dall’accaduto, mi può lasciare un po’ respirare?!» dissi con vigore tale da far arretrare Maggie di qualche passo, stupita e interdetta. Approfittai della sua esitazione per allontanarmi con passo svelto tenendomi una mano sulla fronte come a voler sostenere pensieri troppo pesanti.

Entrai in uno dei vagoni di mezzo del treno in partenza, le porte si chiusero e distolsi lo sguardo dalla poliziotta che, ne ero certo, ancora mi guardava sconsolata mentre scivolavo via insieme ai suoi dubbi e alle sue domande. Tornato, finalmente nel mio elemento, nel viaggio ondulatorio di persone e scarpe sconosciute all’interno di masse cave di ferro ed elettricità, trovai finalmente la calma necessaria per concentrarmi.

«Megdeli Ambani» dissi fra me e me con voce ferma. Emigrato dall’india dopo aver conseguito un Ph.d. in Biochimica, 13 anni fa era una delle persone più influenti dell’alta borghesia Newyorkese. Negli Stati Uniti, insegnava in diverse università ma la sua attività principale di ricerca era legata alla produzione di nuovi composti sintetici per l’industria bellica. A quel tempo lavoravo ancora per il DoD e di facce come la sua ne avevo viste fin troppe, “onesti” scienziati pronti a vendere la propria famiglia per un brillante da esporre al loro funerale. Lo conobbi alla fine di un suo congresso dopo averlo avvicinato con la scusa di un autografo sul suo ultimo libro. Quella sera finimmo in un bar e ci scolammo buona parte delle bottiglie presenti nel locale. Ero stupito e affascinato, sapeva ubriacarsi come un vero marine e contemporaneamente argomentare di fisica o chimica con invidiabile naturalezza e proprietà di linguaggio.

Nonostante stessi indagando su di lui in merito ad alcune ricerche che stava svolgendo in gran segreto, mi lasciai andare a tal punto d’aver l’impressione di essere uscito con un amico di vecchia data, una valida spalla capace di affrontare con me il rollio dei nostri corpi spiritati, aggrappati con speranza al bancone.

Quando mi puntò addosso la sua beretta da 9mm, pronta a violentare il mio corpo con 15 colpi  inesorabili, tornai bruscamente alla realtà: il primo mi raggiunse alla spalla, un altro venne fermato all’altezza dell’addome dal giubbotto antiproiettile che avevo saggiamente deciso di non togliere, e l’ultimo, il più doloroso, mi prese alla gamba sinistra proprio nel momento in cui, nel tentativo di difendermi, lo centrai in pieno viso con una delle bottiglie di birra vuote lasciate sul bancone.

Cademmo entrambi a terra, io appoggiato su un lato con la testa storta ai piedi del bancone, lui supino dopo esser crollato all’indietro per lo schiaffo di vetro. Nel tentativo di reagire dopo il furioso scontro, incurante delle schegge che mi perforavano le mani e delle varie pallottole alloggiate nella mia carne, mi aggrappai alle sue caviglie e tentai di risalire il corpo. Arrivato in cima trovai il suo sguardo, fisso verso il soffitto, gli occhi innervati e umidi d’alcool, la sua nuca frantumata. «Maledetto ubriacone» pensai mentre mi rannicchiavo, cominciando a perdere i sensi. Per qualche istante fissai le sue scarpe, le studiai e capii per la prima volta quanto dicessero del loro oramai defunto padrone. «Se solo…se solo le avessi osservate prima…che stupido..che s t u p …». Buio.

Da dove ricomincerà la ricerca?

  • Da una chiamata a un vecchio collega (67%)
    67
  • Dalla sede del Dipartimento della Difesa (DoD) (22%)
    22
  • Dall'appartamento del protagonista (11%)
    11
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112 Commenti

  1. Mi unisco al coro di complimenti, davvero meritati.
    mi è parso un pò scollato tra il 5 e il 6 episodio… forse per poca concentrazione.
    Il settimo m invece ricalca benissimo il ritmo dei primi capitoli.
    Un racconto incalzante e appassionante.
    Merito dell’autore.
    “Stranizza” tutto questo intervallo tempo… però vedo che è possibile riprenderlo anche a distanza di 4 anni.
    Davvero complimenti.
    Voto per indagare sulle torture.

    • Grazie Alex 🙂 si in effetti nei capitoli 5-6 avevo da una parte voglia di variare il ritmo e dall’altra di raccontare dei personaggi che mi incuriosivano…probabilmente lo stile è migliorabile 😀
      Sono stato assente tanto tempo perché impegnato in altro ma mai ho dimenticato il punto in cui avevo lasciato questo racconto, riprenderlo è stato piuttosto naturale!
      a presto!

  2. Beh l’ultima volta ero a New York (cosa che aveva dato una sfumatura molto speciale alla lettura). Stavolta sono a Boston. Destinato a leggere i tuoi racconti sotto l’effetto del jet lag. Speriamo di non dover aspettare il prossimo viaggio per un nuovo capitolo 😉
    Sono dannatamente curioso di vedere come finisce!

  3. Scrivi benissimo.
    Notevoli i primi 2 episodi: sognanti e tensivi nel contempo.
    L’idea delle scarpe come strumento per conoscere le persone la troviamo anche nel protagonista di “Bianca”‘ di Nanni Moretti, ma qui diventa quasi un’ossessione come quella per i profumi di Grenouille de Il Profumo di Suskind.
    E il mistero aleggia….
    Ti seguo

  4. Bruno, ti rendi conto che ormai sto aspettando la mail che mi annuncia un nuovo episodio come un bambino aspetta finalmente la paghetta mensile per spenderla in gelato? E l’effetto è lo stesso: provi un piacere immenso ma finisce subito 🙂
    Mi sono divorato questo episodio in un attimo, e sono andato a dormire pensando a cosa potevo fare per farti andare in ferie e finire il racconto prima possibile 😛
    Poi vabbeh, l’ambientazione a New York è proprio un colpo al cuore eh.. Cmq bello, mi piace un sacco lo stile.

  5. Un giallo con la G maiuscola!
    mi piace il ritmo che dai alla storia e il modo in cui descrivi le scene.
    Ma pensa un po’ dai primi capitoli avevo immaginato che il protagonista fosse un ragazzo invece è un uomo e addirittura un detective!
    Direi che ora dovrebbe chiamare un vecchio collega

  6. non ci posso credere!!!!
    sai che ho scritto un messaggio su twitter chiedendo il titolo della tua storia? non avevo erroneamente cliccato segui e ho cercato dappertutto (di più su avventura chissà perché pensavo fosse inserita in quel genere) ma non l’ho trovata. Avevo letto solo l’incipit e mi era piaciuto un sacco rimanendomi impresso.
    Oggi apro e la trovo per prima tra quelle pubblicateeeee! vado a divorare i capitoli persi, intanto ho cliccato subito su segui!!!!
    evviva!!!!

  7. ahah adesso non riuscirò a staccarmi da questo racconto finché non è finito. fico, aggiungiamo un’altra bella cosa alla lunga lista dei tuoi talenti! mi piace un sacco come scrivi.
    e cmq, una persona scomparsa anni prima mi cozza con la domanda della poliziotta: se fosse scomparsa, la poliziotta (forse) non avrebbe fatto quella domanda in quel modo 🙂

  8. Bentornato.
    Confermo: mi piace come scrivi. Mi piace così tanto che non capisco perché sciupi il piacere della lettura con alcuni vizi (o vezzi) incomprensibili:
    – i due puntini al posto dei tre (già odio l’abuso dei punti sospensivi, figuriamoci le variazioni sul tema);
    – se proprio vuoi usare i caporali, usa quelli giusti « » e non <>;
    – “nulla che centrasse con la trasandatezza”, vista la presenza del “con”, direi che è un “c’entrasse” (centrare ed entrarci vengono spesso confusi).
    Se un autore non mi piace più di tanto e/o sono convinto che non abbia un potenziale da esprimere, non mi incaponisco con questi dettagli. Ma se uno sa scrivere e deve solo migliorare la forma (che mai come in questo caso è anche sostanza), allora m’incazzo davvero. Ho tralasciato altri refusi, per non infierire.
    Magnate dell’industria petrolchimica (e ho i miei buoni motivi).

  9. Ho iniziato a leggere il tuo racconto perché per un progetto scolastico avevo sviluppato la stessa teoria secondo cui dalle scarpe si possa capire tutto della persona che le indossa, comunque escludendo questa piccola digressione inutile devo dire che mi piace molto il modo in cui scrivi! Attendo il terzo capitolo!
    p.s. voto per i necrologi!

  10. Che racconto insolito e appassionante! Sei davvero bravo, essenziale e originale. Ottimo umorismo, grottesco al punto giusto: un detective amatoriale feticista, lo adoro!
    C’è solo una nota negativa in tutto questo: peccato che sei un ingegnere. Mi spiace molto anche per Napo, ragazzi vi sono vicino, davvero.
    Proprio l’altro giorno al torneo di beach volley triangolare architetti/geometri/ingegneri, abbiamo steso i vostri colleghi. Martedì picchiamo un po’ i geometri.
    @Napo ero sicuro ti piacesse: scrivete in modo molto simile, e tenete sospesi al punto giusto i lettore.

  11. Ma mi piace! Sì, che mi piace! Sono raro agli entusiasmi (quindi, ragazzo, vedi di non farmelo passare…). Non ti avevo letto per via del tuo nickname, che trovo repellente. Poi mi sono tappato il naso e… oh oh che sorpresa. Ritmo giusto, punto di vista (o preferisci l’acronimo POV, ingegnere?) originale, sviluppo imprevedibile.
    Ho sviluppato una mia teoria (tu ne sei la conferma). Gli scrittori/ingegneri hanno caratteristiche comuni: sono analitici, consequenziali, usano un lessico essenziale, non eccedono nelle digressioni e nelle considerazioni personali, forniscono tutti gli elementi affinché il lettore si faccia una sua idea della storia, ma amano stupirli con improvvisi colpi di scena, cambi di prospettiva, in una sorta di sfida. Non sei d’accordo, collega?
    P.S.: qualche refuso c’è, ma è poca cosa. I mesi si scrivono con l’iniziale minuscola.

    • Grazie mille per il tuo commento! Felice di contribuire come elemento di argomentazione per la tesi delle caratteristiche comuni di Scrittori/ Ingegneri! Essendo però un pò neofita in questo ambiente, mi riserbo di commentare più in là, ho necessità di approfondire:)
      p.s. cercherò di non farti passare l’entusiasmo, ho in mente tante simpatiche cose per i prossimi capitoli:)

  12. Direi che si parte dal ritrovamento della scarpa dato quello che hai scritto nella trama! Comunque anche io ho sempre pensato che le scarpe rivelino molto sull’essenza di una persona! 😉

  13. Incipit particolarmente interessante, aspetto ora la continuazione con trepida attesa. Ho votato : cercherà di scendere tra i binari. Potrebbe essere interessato alla scarpa del ragazzo: le scarpe dicono a tutto al protagonista, e perciò potrebbe ricavarne informazioni interessanti.

  14. Rimarrà immobile: non ha senso che scenda, e non vedo perché un personaggio così maniaco dovrebbe sentire il bisogno di scappare…

    Mi ero tenuto questo incipit da parte, e ora l’ho letto: bravo, hai una bella scrittura. Gli incipit vanno tenuti volontariamente brevi e semplici, e forsè è per questo che non hai ricevuto l’audience meritato.

    Che strana curiosità, questa delle scarpe! Adoro New York, ma chi non lo fa?

    • Grazie per il tuo commento, in effetti come incipit forse avrei dovuto tarare meglio la lunghezza:)
      Sai sono indeciso perché effettivamente è successo qualcosa di inusuale nel rituale di questo personaggio maniaco delle scarpe: è entrato in contatto con la persona attraverso gli occhi, questo secondo me lo destabilizza…ci sta che stia immobile anche che, in seguito allo shock, faccia qualcosa al di fuori dalla sua “routine mentale”.

      • Se è per questo, ci sta proprio tutto: dipende da come lo racconterai.
        Io ho solo indicato quella che secondo me è la più interessante: ma ovviamente, con la tua abilità sei perfettamente in grado di dimostrare che mi sbaglio. 😉

  15. In primis, grazie per il tuo commento:)

    Si è vero il racconto è un pò fermo: mi piaceva l’idea di partire dal senso di quiete data dalla riflessione e dall’abitudine per poi rompere con un evento improvviso:)

    Per le scarpe sporche di rossetto, mi capitò qualche anno fa di vederle indossate a una ragazzina punk!

    ciao!