IL POSACENERE

Dove eravamo rimasti?

Mi dileguai.. In bagno (75%)

E finalmente caddi

Due, tre colpi, nel buio del salotto di casa mia. Scappai sotto il tavolo e poi verso l’ingresso, vidi entrare due poliziotti dietro di me e vidi Roberto per l’ultima volta dietro il divano che gridava e sparava alla cieca.

Mi fiondai in bagno e chiusi la porta, con me c’era anche Bernardino impaurito e sconvolto dal frastuono degli spari.

C’era una sparatoria nel salotto di casa mia, il salotto che i miei aveva arricchito con pochi ricordi di una vita. Le foto, la vetrina piena di cianfrusaglie, bomboniere di comunioni e matrimoni, la foto di mio padre, la foto di mia madre. Tutti quei ricordi adesso stavano letteralmente saltando in aria sotto i colpi delle pistole.

I miei denti stridevano per il nervoso e per la coca. Un colpo raggiunse la porta del bagno verso la quale ero poggiato, spingendo fortemente, come per voler tenere fuori dalla mia portata, dal mio contatto, quel tremendo caos che si stava scatenando a pochi metri da me, dentro il mio giaciglio.

Il colpo mi strisciò su una coscia lasciando una ferita profonda e il sangue cominciò a sgorgare con insistenza. Fasciai la gambe con un asciugamano nel buio e misi Bernardino nella vasca da bagno, proprio sopra il corpo esanime della signora Gelsomino.

Poi di nuovo i colpi cominciarono a colpire la porta del bagno e le grida malefiche di Roberto si sovrapponevano a quelle dei poliziotti. Poi di nuovo uno, due, tre spari e finalmente ci fu il silenzio.

Nel frattempo anche io mi ero accucciato nella vasca da bagno per cercare di ripararmi dal fuoco, abbracciando Bernardino e fianco a fianco al corpo ancora caldo della signora Gelsomino.

I quegli attimi di silenzio i poliziotti entrarono numerosi dentro casa e poté udire uno di loro dire alla radiotrasmittente:

– E’ andato.. Potete salire..

Io iniziai a piangere mentre Bernardino cominciava a leccarmi la faccia. Poi, mi sentii toccare una spalla:

– Beh, che minchia ci piangi? Non hai sentito che l’hanno accoppato?

Era la signora Gelsomino: era viva e adesso si lamentava del dolore dietro la testa. Entrarono due agenti in tenuta antisommossa e ci aiutarono ad uscire fuori dalla vasca.

Le prime luci del giorno illuminavano la polvere alzata dal caos della sparatoria. Attraversai il corridoio e riuscii a malapena a vedere il corpo pesante di Roberto che giaceva pesante e sporco di sangue sul mio divano. Sgocciolava sangue dal busto e dalle braccia. Rimasi qualche istante a fissarlo prima che qualcuno mi trascinò via, fuori da casa mia.

Io e la signora Gelsomino fummo accompagnati giù, dove ad attenderci c’era una grande folla di persone che adesso ci guardava quasi con ammirazione.

Erano le stesse persone che qualche ora prima si erano chiuse dentro casa, dietro le loro porte blindate, dietro le loro paure, blindati nell’omertà.

Adesso che giustizia era stata fatta ci guardavano come si guarda un eroe, ma non riuscivano ad incrociare il mio sguardo e la mia smorfia di dolore.

– Me mugghiari! Sango meo sei ancora viva!

– E tu dove hai stato tutto sto tempo ah? A durmiri? Mentre ni stavanu ammazzannu dda supra? Disgraziatu ca sì!

– Amore mio appena m’arruspigghiavu e non ti vitti nel letto venni a cercariti..

– Sì disgraziatu!

Gli agenti quasi dividevano il signor Gelsomino che invano cercava di abbracciare sua moglie che nel frattempo allontanava malamente suo marito.

Uscimmo dal portone e fummo di nuovo in strada.

A stento il sole cercava di venire fuori dalle colline e la luce era di un rosa intenso ma il sole ancora non si stagliava sull’orizzonte. 

Ambulanze e macchine della Polizia circondavano il civico e una grande folla di persone si era formata intorno a noi. Una trentina di agenti cercavano di tenere alla larga la gente che premeva curiosa.

Scorsi il volto della madre di Roberto, la moglie del boss. Era una donna bellissima dai tratti duri come il figlio, forse era da lei che aveva preso. Due agenti l’accompagnavano dentro casa per riconoscere il cadavere del figlio. Cercai il suo sguardo ma lei continuò dritta per la sua strada a viso basso.

Allora alzai la testa sulla terrazza di casa Gambino. Il boss era in piedi sulla balaustra del suo grande balcone, in canottiera bianca e fumando nervoso un sigaro. Dietro di lui due donne gli accarezzavano la testa: stava piangendo..

Mentre salivo sull’ambulanza e Bernardino veniva preso in custodia da un agente guardavo tutte quelle facce tristi che scrutavano il portone aspettando notizie.

Poco prima che l’ambulanza si muovesse facendosi strada tra la folla, vidi uscire la signora Gambino, scura in volto: adesso piangeva composta, con le forze che le mancavano.

Sostenuta da due agenti scompariva tra la folla che adesso l’abbracciava senza nemmeno toccarla. Scompariva tra la folla la madre del figlio del boss.

Fissando il tetto dell’ambulanza che tremava ripensavo alle parole che Roberto disse poco prima di morire: lui invidiava la mia vita! Pensavo al boss che piangeva la morte del figlio, pensavo alla madre che piangeva il figlio. E finalmente caddi in un sonno profondo e svenni..

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40 Commenti

      • Ciao Giulia, vorrei che passassi a leggere la mia storia, puoi non commentarla e puoi anche non votarla. Non te lo chiedo per ottenere punti, ma solo per avere un parere visto che ami leggere… Ci sono tanti refusi iniziali e ho fatto qualche cosa che non proprio mi piace, ma necessito di una persona oltre le altre che mi parli in faccia. Le altre mie cose non tutte sono su wattpad, mi sono interessata a te, perché ho letto i tuoi commenti. Puoi scrivermi in privato [email protected]…. Se deciderai di leggermi mi farà solo che piacere qualsiasi cosa tu mi dirai o criticherai….

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