Il lago

Nebbia

Una mattina d’estate, calda e torbida, poco dopo l’alba, un uomo uscì dalla sua tana mentre gli altri dormivano e percorse nel silenzio e nel buio il breve tratto che ancora lo divideva dal lago.

La nebbia era talmente fitta da coprire quasi l’intera superficie dell’acqua.

Più si avvicinava e più intravedeva i movimenti lenti di quelle nubi bianche che acquistavano forme sempre più strane.

Giunto sulla sponda del lago immaginò che quella nebbia fossero i vapori che l’acqua generosamente calda produceva all’esterno fino a riscaldare l’intera aria circostante.

Gli bastò poco per vedere piccole onde increspare l’acqua e apparire da essa una gracile forma umana.

Si sentiva accaldato, eppure era convinto che la febbre del giorno prima gli fosse passata e invece no.

Cominciò a sudare e tremare, strofinandosi gli occhi in cerca della realtà e non dell’ennesima visione.

Fu tutto inutile.

La figura emerse dall’acqua fino a metà busto.

I suoi occhi erano una massa scura coperti dai capelli neri, aderenti al viso e gocciolanti.

Le labbra livide erano serrate e tra di esse l’acqua scivolava via dalla sua pelle fino a ritornare nel lago.

Come un flusso e riflusso eterno, senza alcun appiglio né speranza.

Era immobile ma l’uomo seppur non potesse vedere chiaramente i suoi occhi, sapeva che lo stavano fissando.

I capelli le facevano da abito mentre quella massa scura in cui era immersa sembrava un’alcova segreta in cui raccoglieva i suoi amanti.

Una silenziosa vestale della notte…

Una preziosa maestra dell’inno alla vita…

Calda e bianca come i vapori in cui si nascondeva.

Eppure nera come i sottili sussurri che pronunciava.

Una strana litania si diffuse nello spazio e la nebbia iniziò a diradarsi.

Il cielo si stava risvegliando e il teatro della luce aprì le tende del proprio palcoscenico.

L’uomo si guardò intorno e non c’era nulla se non alberi e bosco.

La donna era sempre lì, non un movimento, né un passo o un sorriso.

Né paura.

Allora egli s’inginocchiò e toccò con una mano la superficie dell’acqua.

Leggero quel tocco giunse fino a lei.

A contatto con quel corpo, l’acqua sembrò ribollire e la figura si mosse.

L’uomo se ne accorse e continuò a toccare l’acqua cercando di dare sempre più impeto al suo tocco.

Le onde giungevano sempre più forti e veloci e la donna si muoveva ritmicamente.

Le braccia emersero dall’acqua e le dita liberarono il suo volto dai capelli.

I suoi occhi erano neri e le sue ciglia lunghe.

Le sue labbra socchiuse divennero un desiderio costante per colui che le stava osservando.

L’uomo rimase stregato.

Fu allora che la donna parlò…

“Ancora” disse.

Ancora fu.

L’uomo come incantato toccò di nuovo l’acqua e di nuovo il suo tocco giunse fino a lei.

La sua pelle ora, era viva, i suoi brividi reali e il suo sguardo sensuale.

Malinconico.

L’uomo si alzò e fece per entrare nell’acqua ma qualcosa lo trattenne.

La mano gli bruciava, la stessa che aveva accarezzato l’acqua come fosse lei.

La stessa che ora sanguinava perchè una ferita si era riaperta.

Ma quando rialzò lo sguardo, la donna era scomparsa.

L’uomo si sedette lì come se lei fosse ancora immobile ad osservarlo.

Il lago prese lentamente forma davanti a lui.

E la luce divenne sempre più prepotente.

C’era qualcosa di familiare in quello che aveva visto.

Qualcosa di suo.

Eppure qualcosa di disumano.

 

 

“Piangerò sulla tomba di quello che ero.

Riderò dell’animale che sono diventato.

Ma non rinnegherò mai la tua Eternità.”

Cosa fa l'uomo?

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