Direzioni Diverse

Lettera

Questa storia inizia con Everything to Gain dei Fischerspooner.

E prende velocità.

 

 

 

 

 

Correvo il più velocemente possibile verso il mio obiettivo, cercando di analizzare in modo minuzioso gli ostacoli che mi si presentavano davanti.

La gomma delle mie converse strideva a contatto con il marmo delle scale, mentre il mio cuore, nel contempo, aveva preso il ritmo di un rullante al circo prima del grande salto da trenta metri d’altezza.

Nonostante fossi allenato, i miei polmoni non riuscivano a coordinare bene bocca e naso, mancavano i movimenti naturali per conservare l’ossigeno di scalino in scalino.

E uno. E due. E tre. E quattro. E cinque. E sei.

Saltavo gli scalini a due a due, cercando di guadagnare tempo. Le mie ginocchia chiedevano pietà, ma il cuore pompava più forte. Il corpo non ha mica tutta questa libertà di scegliere sà. E’ il cuore a dettare legge, in questi casi quotidiani e più vivi del Sabato sera a San Lorenzo.

Cambio di piano. Quinto piano.

E uno. E due. E tre. E quattro. E cinque. E sei.

Al sesto mi resi conto di essere stanco.

Quella mattina il signor Bartoli aveva avuto la brillante idea di non avvisare il condominio che l’ascensore ultraeconomico fornito dalla ditta di suo cugino sarebbe stato sottoposto ad un controllo.

E undici anni prima, mia madre aveva avuto la brillante idea di andare a vivere con il suo nuovo marito nientemeno che al dodicesimo piano.

Il connubio tra queste due cose avevano scaturito un’unica e semplice conseguenza: aritmia momentanea e tosse da far impallidire un esperto fumatore di Camel.

Non che io fumassi, ma il rapido susseguirsi degli avvenimenti aveva creato tra lo stomaco ed il cuore un vuoto cosmico incolmabile.

O almeno, sarebbe durato fino al momento in cui avrei raggiunto la porta di casa.

Aprivo e chiudevo gli occhi quasi a ritmo, senza nemmeno cronometrarmi. Sarebbe stato da Guinnes dei primati.

La signora Gigli usciva di casa esattamente in quel momento, e la mia schiena sobbalzò improvvisamente facendomi quasi scivolare a terra.

– Carlo, eri te a fa ‘sto casino? – Chiese indispettita.

– Sì, mi scusi signora Gigli, ma sa.. –

In quel momento mostrai cosa stringevo in mano.

Era una lettera. Marcata e bollata, destinata a me.

La signora Gigli sorrise e mi fece cenno di andare con la sua mano destra operata di tre anni prima.

Io continuai a correre senza nemmeno risparmiare le forze per un’altra pausa. Non volevo concedermi una sosta, ero teso ed elettrizzato all’idea di aprire l’oggetto che tanto faceva accelerare le mie quotidiane azioni.

Sulla lettera c’era scritto:

 

 

 

A Carlo,

Papà.

Cosa c'è nella lettera?

  • La busta è vuota (40%)
    40
  • Una richiesta di aiuto del padre verso Carlo (20%)
    20
  • Il primo di una serie di racconti del padre su un mondo appena scoperto (40%)
    40
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23 Commenti

  1. Troppa, troppa, troppa punteggiatura.
    Anch’io, come Shesanalien, mi sono perso ed alcuni passaggi ho dovuto rileggerli. Prova a farlo anche te; rileggi quel che hai scritto. Ti accorgerai che la punteggiatura è eccessiva, spezzi troppo le frasi e questo produce anche dei salti logici difficili da capire.
    Purtroppo, Alberto, questa terza parte proprio non mi è piaciuta.
    Sorry ma preferisco essere onesto 🙂

  2. Voto le altre cento lettere.

    Alberto, un consiglio: per il momento ti sei limitato a descrivere solo la situazione, senza però fare immergere il lettore nella storia. Non ci sono punti di contatto con chi legge, né hai lasciato spazi in cui possa inserirsi. Cerca di lasciare più spunti, porre domande, lasciare qualcosa in sospeso…di solito funziona!
    Ciao!

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