“Her secret life”

Dove eravamo rimasti?

Ok, la pen-drive è sta aperta. E ora? Il file è una registrazione audio. (67%)

Quattro

Dopo un doppio clic esitante sull’icona solitaria, una voce sommessa riempì la stanza.

Bonsoir, mon cher Paolo. Potrei dirti bonjour, ma sono sicuro che avrai aspettato la sera per aprire ce fichier, questo file.”

Voce maschile, accento francese, quell’ironia: David Marceaux! Ma che significava tutta questa storia? Marceaux irreperibile, e poi quella donna, quella donna che anche Sofia conosceva, e la pen-drive e ora questo messaggio registrato di Marceaux.

“Ma che cazzo sta succedendo”’ lo chiese inquieto alla ragazza del quadro che continuava la sua immobile, infinita telefonata.

Dovrò ricordarmi di ringraziare Valérie per averti trovato, anzi: riesci ad essere sempre imprevedibile, Paolo.

In effetti, aveva prenotato volo e hotel all’ultimo momento. La voce registrata continuò:

Una brava ragazza, la mia Valérie, una persona fidata. Et toi, Paolo, ti fidi delle persone che hai accanto? Enfin… Hai ricevuto questo messaggio perché vorrei incontrarti, Paolo. Mercoledì, Allée de Brienne, accanto al Port de l’Embrochure. Verso le diciotto, ça va? Spero tu non sia già partito. A tout à l’heure, Paolo!

La barra di avanzamento era arrivata a fine corsa. Fine della registrazione. La riascoltò ancora, e ancora, fino a quando le parole non ebbero più senso e, meno di tutte, il suo nome pronunciato con quell’accento marcato. Paolò.

“Mercoledì, tra meno di due giorni…”

Si addormentò solo dopo alcune ore, cullato dalla voce cantilenante di Marceaux che gli risuonava in testa. “Paolò.”

 

Il mattino seguente, nell’ala più antica dell’Università, la riunione del Technical Commitee si svolse senza intoppi, con un Paolo Morelli dall’aria rilassata che illustrò sicuro i risultati del progetto. Sistemi di comunicazione satellitare. Fu un successo.

Nonostante l’aspetto sereno, Morelli era all’erta: ripercorreva mentalmente gli avvenimenti della sera precedete e cercava di indovinarne il prosieguo. Allora eccolo pronto a cogliere ogni cenno d’intesa della commissione, ogni sguardo altrui e, soprattutto, ogni movimento di Sofia. Ma lei, che gli sedeva accanto, era nient’altro che una presenza silenziosa e discreta. Prendeva appunti senza quasi mai sollevare la testa e di tanto in tanto gli passava, a commento esclusivamente tecnico, un post-it fitto della sua scrittura elegante e punti esclamativi. Durante tutta la giornata non toccò mai il cellulare.

Nel tardo pomeriggio lasciarono finalmente l’università. Mancavano ventiquattro ore all’incontro con Marceaux: Morelli si sentiva nervoso. Così, giunti davanti l’albergo annunciò a Sofia che si sentisse pure libera per la cena, perché lui aveva intenzione di girare un po’ per la città.

“Bene professore, allora… a domani?”

Poi, fu un istante. Vide il volto di Sofia come sdoppiarsi tra la piccola folla in fondo alla strada… Valérie! La cercò invano con lo sguardo ma era già scomparsa. Ma Sofia… Sofia sapeva, sapeva! Sofia conosceva quella donna. E di certo sapeva di Marceaux. Gli doveva una spiegazione, diamine.

Così rispose al saluto di lei con un gesto quasi violento, afferrandola per un polso. Sofia, spaventata, ritrasse la mano con forza mentre lui cercava di scusarsi.

“Aspetta solo un momento, io…”

“Che vuole?” Lesse nei suoi occhi una punta d’odio.

“Scusami, nessun problema. A domani.” e fece per allontanarsi. Aveva esagerato. Ma la voce di Sofia lo seguì.

“Ma che le succede?”

“Nessun problema, ti ho detto. A domani.”

Che stai facendo, Morelli. Nessun problema? Prima la spaventi a morte e poi “nessun problema”? Ma poi chi ti dice che lei sappia qualcosa su tutta questa vicenda? E se quella di Marceaux fosse solo una trovata originale per salutarti? Ma forse Sofia parlava con un’altra Valérie e…

Sofia lo raggiunse.

“Professore, guardi che l’ascolto.”

Ti ascolta, Morelli.

“Paolo…” e gli toccò la spalla mentre scendeva gli scalini della piazzetta. Ebbe un brivido. Si voltò.

“Tutto bene, professore?” Era sinceramente preoccupata. E a lui dispiacque che tornasse a chiamarlo professore.

“Ti prego, chiamami Paolo.” La ragazza era un gradino più in alto di lui, i loro sguardi alla stessa altezza. Alla luce calda del pomeriggio seguì la linea del suo volto dal mento all’orecchino di perla. Notò un secondo orecchino, un piccolo brillante tra la ciocca dei capelli sfuggita al fermaglio. La vecchia abitudine di far caso a dettagli insignificanti.

Lei indugiò, ritirando la mano. “Tutto bene?”

Domanda neutra. Era imbarazzata.

Gli ci volle un enorme sforzo di volontà per aprire bocca. Si vergognava e si sentiva disorientato. Avrebbe preferito chiudersi in camera e piombare in un sonno chimico fino all’indomani, anzi, no, fino al giorno della partenza, per poi svegliarsi  di buon’ora per la liturgia consueta – doccia, camicia bianca, giacca blu, valigetta e taxi verso l’aeroporto. Lo avrebbe certo preferito. Ma decise di abbandonarsi alla vertigine e fu come cadendo nel vuoto che disse a Sofia:

“Ho bisogno di camminare senza pensare a niente.” E poi, in un sospiro: “Ti va di accompagnarmi?”

Di che cosa parliamo nel prossimo episodio?

  • Del sogno di Paolo, perché al ritorno in hotel non è successo niente. (33%)
    33
  • Di che cosa accade al loro ritorno in hotel, perché hanno camminato (quasi) in silenzio. (67%)
    67
  • Della lunga camminata di Paolo e Sofia: qualcosa si saranno pur detti. (0%)
    0

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28 Commenti

  1. Se dovessi scrivere io il seguito, li farei camminare a lungo, scambiando tra loro solo poche parole.
    È il primo commento su TI che inizio con “Se dovessi scrivere io…”, mi venuto spontaneo perché trovo delle affinità nei nostri modi di scrivere. Uno tra tutti: la cura del dettaglio.
    Ovviamente mi piace.

  2. è una scelta che solo apparentemente illude di poter aprire il proseguo della storia all’incontro di scenari inaspettati. Mi chiedo invece, quanto ognuno che si sia immedesimato in Paolo, speri di ritrovare un Sé diverso in quella donna sconosciuta

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