Noli Me Tangere

Crocevia

La notte era già scesa da qualche ora nella brughiera e sui campi di grano ormai ingiallito era scesa una nebbia spessa e carica di brina. La casetta ai piedi della montagna era l’unica fonte di luce nel raggio di miglia. Lui era seduto al tavolo davanti al camino, la schiena ricurva e i vari ciondoli e sonagli legati ai capelli che tintinnavano ad ogni movimento del capo. Era seduto a gambe divaricate con i gomiti appoggiati sulle ginocchia e le mani che reggevano il mento, viso e corpo rivolti verso il focolare e lo sguardo torvo di chi ha più di una preoccupazione ad indurirne i tratti del volto. Lei gli scivolò accanto con passo silenzioso, scalza sulla nuda pietra del pavimento.
«Non devi andare per forza. Puoi restare… Al villaggio impareranno a conoscerti e ti tratteranno meglio se ci sposeremo e diventerai uno di noi…»
L’uomo piegò la bocca in un ghigno storto, alzandosi dalla sedia per portarle le mani ai capelli in una carezza leggera.
«Si ma a quale costo. Rinunciare a tutta la mia vita, a ciò che sono. Anche se al villaggio non approvano io sono un nomade e lo sarò sempre. Alina, vieni tu con me. Viaggeremo per il mondo, vedremo coste e mari che non hai mai sognato, montagne che puoi solo immaginare!»
L’entusiasmo, seppur contenuto, era evidente nel tono di voce dell’uomo ma per contro lei non sembrava tranquilla.
«Viaggiare, scoprire mondi nuovi… è qualcosa che non fa per me. Io sono nata qui… è questa la mia casa.»
Il silenzio che seguì fu colmo della consapevolezza che non ci fosse futuro per loro. Lui abbassò il viso in un’espressione rassegnata.
«Partirò domani all’alba. Ma non ti lascerò da sola… questa è una notte di Luna Piena, il mio popolo l’adora da secoli. Dormi con me in questa notte benedetta… E da domani non sarai mai più sola.»
Lei lo guardò con incertezza ma alzandosi sulle punte dei piedi accettò la sua offerta con un bacio disperato. 
Il mattino successivo l’uomo partì come annunciato, lasciando dietro di se una donna in lacrime e un’eredità che doveva ancora nascere.

Il tempo passò anno dopo anno. La bambina, nata in una notte d’inverno, aveva suscitato scalpore fin dai suoi primi gemiti: la pelle priva di qualsiasi colore, i lunghi capelli bianchi quanto la neve appena caduta, il fisico longilineo e affusolato e due intensi, intelligenti occhi grigi suscitavano terrore e sospetto nei compaesani. Le donne si facevano segni sacri al suo passaggio, il prete la malediceva ogni domenica. E i suoi coetanei, spinti dai genitori o dalla semplice cattiveria, avevano capito che nessuno si sarebbe lamentato se la “Figlia d’Inverno” avesse subito delle ingiustizie per cui il loro gioco preferito era quello di inseguirla fino alla casetta sulla brughiera, distante dal villaggio, spaventandola a morte e tirandole pietre e schegge di legno. Più di una volta Irika era tornata a casa sanguinante e in lacrime ma la madre non faceva che ripetere
«Ricorda, bambina mia, non reagire mai. Loro hanno paura di te, ma nel vedere la tua bontà dovranno ricredersi e allora anche loro ti apprezzeranno per quella che sei… »
Continuava a ripeterselo ma i sassi continuavano a venir lanciati ogni volta che rimaneva da sola con loro. Soprattutto con Berral. Ragazzino amorfo, figlio del parroco che governava il villaggio. Comandava un manipolo di altri ragazzini che lo seguivano come un leader e per qualche ragione sembrava particolarmente incline a tormentare la giovane albina. 
Quel pomeriggio non fece eccezione: Irika, ormai diventata una giovane adulta, era scesa al fiume per prendere dell’acqua e Berral e un suo compare la stavano aspettando tra gli alberi. 
«Ehi, spettro! Sei venuta a maledire la nostra acqua con le tue sudicie mani?» Forte degli insegnamenti della madre lei non rispose, cercando di ignorarlo e accucciandosi alla riva per riempire il secchio d’acqua fresca. 
«Ehi, lunatica! Dico a te!» Berral alzò il piede destro per calciare il fianco della ragazza facendola cadere a terra, il suo amico che dietro di lui si limitò a ridere. Irika mugugnò appena ma continuò a non reagire. Insoddisfatto, Berral fece un cenno al suo seguito, che andò verso di lei per bloccarle le braccia a terra con entrambe le mani.
«Lasciami! State esagerando!» Impaurita, Irika si agitò inutilmente mentre il figlio del parroco le si accucciò tra le gambe, ginocchia a terra e busto su di lei. 
«Vediamo se riusciamo a purificare la tua anima, sangue misto.» 
Il cuore le batteva forte nel petto colmo di terrore e adrenalina, analizzando febbrilmente la situazione.
Entrambe le braccia erano bloccate ma il ragazzo che la tratteneva non brillava certo per possanza.
Sulla riva del fiume vi era più di una pietra a portata di mano utile a difendersi.
Berral addosso tanto da sentirne il respiro sulla pelle e la mano callosa che ne tirava su la gonna scoprendone la pelle pallida. 
E odio, un sottile odio che lentamente si faceva strada nel suo cuore, serpeggiando dietro all’istinto di sopravvivenza. 

Cos'è meglio fare quando qualsiasi scelta comporta dei rischi e ogni rischio è l'incipit del cambiamento?

  • Porgi l'altra guancia. Forse sua madre ha ragione e alla fine buona volontà, fiducia e pazienza ripagheranno sempre i cuori infranti... (0%)
    0
  • Ogni vendetta ha il suo momento propizio. Basta tenere duro, sopportare, soffrire e intanto pianificare la propria rivalsa con attenzione. (40%)
    40
  • Lei non merita tutto questo e chi si diverte a torturare non merita di vivere impunito. Ma ogni ribellione ha le sue conseguenze... (60%)
    60
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19 Commenti

  1. Anche io voto la madre di Irika! Ero indecisa tra quella e gli sciamani, ma penso che un confronto possa essere più interessante, anche perché essendo un racconto a durata limitata, temo che la ricerca degli sciamani preveda poi l’includere troppa carne al fuoco che sarebbe più degna di un racconto molto molto più esteso. Siamo al centro della storia dove qualcosa è svelato, c’è ancora tempo per approfondimenti e colpi di scena, ma si va verso la conclusione e l’apertura di troppe parentesi può dare luogo ad inconclusi spiacevoli (a meno che non prosegua con un altro racconto eh!!) <3

  2. Io voto per Marit, perché penso che Irika abbia bisogno di un confronto diretto, come dire… un brainstorming, per capire che fare della sua vita e come. Sfrutterei il prossimo episodio per inquadrare meglio però questo nuovo personaggio e dargli il giusto valore o posto, se lo hai introdotto vuol dire che lo hai pensato e tornare su Berral ora, secondo me, striderebbe con la partenza iniziale!

    • Personalmente sono d’accordo, anche perchè ho l’ansia di non rientrare nei 10 capitoli, considerando che siamo già a metà… Ma mi adeguo alla maggioranza, anche perchè per il momento siamo 50 e 50 e fare un mix di entrambe le opzioni è complicato, essendo una l’esatto contrario dell’altra! Vedremo!!

  3. Cercare il padre? Ha vissuto senza per… quanto, 15 anni circa? (Non ricordo)
    Non avrebbe senso cercarlo. Non ora, almeno.

    Farsi guidare da Marit? E verso dove?

    L’unica è che Irika torni al proprio villaggio assieme a Marit per vendicarsi di Berral (anche se credo sia meglio vendicarsi di pressoché tutto il villaggio).

  4. Se crescessi senza padre e, dopo essere scappato di casa, incontrassi un tizio che mi dice “sono tuo padre”, probabilmente non gli sei ascolto. E poi, quante possibilità ci sarebbero che Irika incontri suo padre dopo poco più di una notte da quando è scappata?

    Un suo coetaneo? Un simil-cliché che ho usato anche io nel mio libro (una volta o due).

    L’unica opzione rimasta, e che ho anche votato, è quella dell’animalier.
    A proposito, si dice “animalier” oppure “animalié”?

    • Sono d’accordo sulla prima opzione, ma di fatto la storia è seguita dal punto di vista della protagonista che ovviamente è molto limitato… Non possiamo sapere se il padre l’abbia davvero abbandonata o la stesse “seguendo” nell’ombra o qualcosa del genere… E non è neanche detto che perchè lo incontri debba dargli retta e seguirlo subito, non è necessario che sia una figura positiva o un aiutante! 😉

      Per il coetaneo nulla da dire, per quanto banale era un’opzione che non potevo ignorare del tutto…

      Per la ragazza, nella mia testa lo leggo “animaliè” ma direi che è a discrezione di chi legge… se preferisci che si senta la “r” va benissimo lo stesso!

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