“VIRUS”

Dove eravamo rimasti?

Come sono stati concepiti i 3 fanciulli? In assenza di gravità. (60%)

Ammaraggio

Sarebbe potuta andare diversamente? No.

Cosa avrebbe potuto arrestare le procedure di sbarco? Il disfacimento fisico dei soggetti infetti? L’eutanasia di quelli contagiati? La follia collettiva da stress generalizzato? Il default irreversibile dell’elaboratore centrale? In tempo di crisi si devono eseguire le procedure d’emergenza. Stop. E’ un imperativo categorico. Indossare lo scafandro. Dirigersi alle camere di decompressione. Rispettare le priorità elencate nella lista. Raggomitolarsi dentro le emisfere metalliche, al cui interno il poliuretano espanso, tipo gommaspugna, prenderà la forma dei corpi inseriti nella capsula. Mantenersi vigili; respirare con regolarità. Chiudere sotto vuoto le due metà iniettando il gel meno viscoso adatto allo scivolamento tra superfici; ottenere valori pressori ottimali. Non aprire la valvola dell’erogatore fino al segnale acustico e visivo convenuto. Nebulizzare lo strato esterno con vetrocel, una sorta di schiuma che vetrifica durante la discesa. Proteggerà in modo ottimale dalle ustioni e dai contraccolpi dell’impatto, ma potrà impedire lo scapsulamento, l’uscita dalla sfera metallica. In linea di massima, deve bastare l’apertura dell’erogatore verso l’esterno dello scafandro per fare saltare la bolla, come in una pentola a pressione. In caso di complicazioni, oltre alle cesoie della dotazione interna, interverrà un robottino: una specie di siluro marino a elica, dotato di lame seghettate circolari, che inciderà e traforerà come un apriscatole chirurgico. Il ginecologo galleggiante, l’automa che sovrintenderà alla schiusa dell’ovulazione planetaria in corso, sarà sganciato per primo. I globuli subiranno, all’incirca, le stesse variazioni di pressione a cui sono sottoposte le cellule uovo nell’ovaio femminile. Il picco massimo corrisponderà al momento del tuffo nelle profondità del mare, verso gli abissi del fondale. Dopodiché, riemergendo verso la superficie, la depressione sarà tale da fare saltare il guscio esterno e liberare il contenuto. Tutt’al più basterà smanettare due o tre volte con la valvola dell’erogatore delle bombole. Attendere l’eventuale ausilio esterno senza perdere il controllo delle emozioni. Sarete costantemente monitorati. Sparare le sfere in direzione della costa. Ora. Tre, due, uno, emission!

Uno spettacolare tuffo nell’oceano a cui nessuno aveva potuto assistere, tranne le videocamere. Rimanere sull’astronave consentiva di vedere in diretta ogni fase dello sbarco. Dopo l’emersione dai flutti, le capsule sono state trasportate, dalla marea, verso la spiaggia. Alcune di queste, tramite il natante motorizzato, detto, in gergo sanitario, ostetrico domiciliare, sono state aperte e poi condotte a riva. Con questo mezzo sono stati recuperati gli individui ancora dispersi in mare. I bambini apparivano più attivi e affaccendati degli adulti che, invece, sembravano rallentati, frastornati, nonostante le variabili in gioco fossero state calibrate in modo meticoloso. Tutta l’operazione si era conclusa prima del tramonto. Non essendosi verificata alcuna perdita, né di umanoidi né di apparecchiature, il capitano del Protervion, aveva comunicato all’astronave il raggiunto obiettivo: raggruppamento, in un punto protetto della costa, dei ventitré coloni della lista. Tre bambini, quattro bambine, otto femmine adulte, otto maschi adulti, dodici casse di materiali vari.

Discesi dal cielo e rigenerati dalle acque, dunque. Non avrebbero mai potuto paragonare le tonalità dei colori del mare, il profumo dell’aria e il suo tenore salino, né i suoni, a quelli del pianeta d’origine. Non ne possedevano i ricordi, essendo nati nell’astronave? I loro sensi si erano fisiologicamente atrofizzati durante la permanenza a bordo? No. No. Semplicemente sarebbe mancato loro il tempo materiale per farlo. Dal momento in cui avevano toccato il suolo del pianeta era divenuto chiaro, all’istante, come non ci fosse tempo da perdere. Le molteplici attività da portare avanti risultavano incommensurabilmente più faticose di quanto si sarebbe potuto immaginare a bordo del Protervion, dove la spinta gravitazionale, pure se presente, era di gran lunga inferiore. La forza di gravità, simile a quella terrestre, sfiancava e fiaccava chiunque, in maniera così pervasiva da rendere ardua la mera sopravvivenza. Di converso, alla mente, e al corpo soprattutto, appariva che in acqua si stava beati, una rilassante beatitudine. Il pianeta, dall’apparente età geologica paleozoica, aveva ricevuto nel tempo diverse esplorazioni satellitari per verificare la possibile colonizzazione da parte del genere umano. Erano stati fatti degli innesti, se così si può dire, di organismi vegetali e animali acquatici. Unicellulari, all’inizio. Poi, via via, più complessi. Una sorta di evoluzione simulata, cadenzata a tempi ristretti. Fondamentale per la riuscita del progetto erano state le capacità riproduttive degli esseri inviati finora. L’ultimo dispaccio del comandante riferiva: dispersa arca con embrioni umani congelati.

Dove possono essere gli embrioni?

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36 Commenti

  1. Buongiorno Conversanoelvira,
    Ho letto questi primi quattro capitoli rimettendomi in pari.
    Sebbene abbia trovato la storia molto interessante e scritta bene, ho faticato in qualche tratto a seguire il filo perché il testo è abbastanza ricco di materiale, spunti, fantasia e per certi versi credo possa aiutare rileggere un paio di volte i capitoli. Non vuole essere una critica, eh 🙂
    Per il prossimo episodio, ahimè, ho sbagliato! Ho cliccato sulle navicelle quando in realtà sarei affascinato dal vedere come verrebbero gestite tante sfere singole.

    Ti auguro buona giornata, alla prossima

  2. Buongiorno ce,
    secondo me scenderanno con una sfera ciascuno.
    Per quanto mi concerne, il tuo racconto è adatto per questa piattaforma di scrittura per via dei cinquemila caratteri a capitolo. Leggerli tutti insieme sarebbe faticoso per via della storia della densità di cui parla Maria.
    Però questo episodio mi è piaciuto più degli altri.

    a presto

    • Grazie di tutto. E’ un po’ voluto il soliloquio, in quanto Say deve relazionarsi con l’elaboratore; poi questo riferirà agli altri. Anche gli altri parlano con il cervellone elettronico (riceve molti input contemporaneamente) determinando l’andamento complessivo della piccola comunità in toto. Ciao.

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