L’ultimo fondale

Dove eravamo rimasti?

Quale sarà il primo luogo in cui si recheranno i ragazzi una volta a Tranton? La piazza del paese (67%)

L’ultima parte del viaggio fu calma, noiosa e imbarazzante. Lei non parlò mai. K disse solo qualche frase di circostanza poi cadde anche lui nel mutismo assoluto. Nemmeno io parlai e questo perché avvertivo una tensione insensata, come insensati erano i motivi che la causavano. Uno era quella frase: <Ora siamo tutti>.

Non la capivo e se mi sforzavo di non pensarci la sentivo aleggiare dietro la fronte come un fantasma. La seconda era lei. Come ho detto, la sua sola vista mi aveva fatto uscire da quel torpore assoluto che mi aveva avvolto al risveglio, ma ora la sua presenza mi inquietava.
Avvertivo una strana eccitazione all’idea di avere di fianco quella sconosciuta e non riuscivo ad evitare che ogni tanto il mio sguardo andasse allo specchietto retrovisore per poter vagare sul suo volto. Lo facevo col timore che da un momento all’altro mi scoprisse, ma non accadde. Lei guardò fuori dal finestrino per tutto il tempo e non si voltò mai verso di noi. Lo so perché continuai a guardarla furtivamente. Osservarla, o meglio spiarla, in quel modo mi dava una sensazione sgradevole. Mi sentivo come un fottuto maniaco, ma allo stesso tempo non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso. Ero letteralmente calamitato dal suo volto. Quel sogno…
Forse era stato tutto vero? La cosa mi stava facendo impazzire.

E così viaggiavamo: tre sconosciuti che non si erano detti nemmeno una parola.

Le mie tormentate riflessioni terminarono quando entrammo in città in quel modo. È incredibile quanto Tranton avesse l’aspetto della tipica cittadina americana. La main street la attraversava da parte a parte. Mentre K la percorreva lentamente pigiando appena il piede sull’acceleratore, incrociammo varie persone che lanciavano occhiate verso la nostra Pontiac. Alcuni addirittura ci fissavano palesemente. Pensai che saremmo stati argomento di conversazione di parecchie telefonate quella sera: tre forestieri (<Due ragazzi e una ragazza, santa vergine Maria!>) a bordo di un’automobile con targa della Pennsylvania. Mi ci giocherei le palle. L’ America d’altronde è così, soprattutto quella delle piccole cittadine. Le novità sono ben accette, a patto che si facciano fare una bella ispezione corporale, di quelle dove bisogna levarsi anche le mutande. Continuammo a percorrere la main, incrociando negozi e case costruite in perfetti lotti regolari: ordine e pulizia made in USA. Ad un certo punto svoltammo verso destra e ci ritrovammo nella piazza del paese.

<Fermati qui>, disse lei, parlando per la prima volta da quando era salita in macchina. Io mi voltai a guardarla. Qualcosa era cambiato.  Non stava più guardando fuori con indolenza (che parolone eh?), ma stava dritta in mezzo al sedile posteriore. Mi ricordò un animale selvatico che si guarda intorno all’erta per scovare dei pericoli… o delle prede. Rimase a guardar fuori per qualche istante, poi, senza dire una parola, scese dalla macchina.

Passò di fianco al mio finestrino, diretta verso il centro della piazza e  vidi che c’era decisione sul suo volto, mista a qualcos’altro che non riuscivo ad identificare. Qualcosa che mi faceva accapponare la pelle.

<Non va bene>, disse K.

Mi voltai verso di lui per domandargli cosa non stesse andando bene, ma le parole mi morirono sulle labbra. Quello che stavo guardando non era più il mio amico. O meglio, lo era, ma sembrava invecchiato di 20 anni. La pelle del viso era sottile e pallida, come quella di un vecchio e tutto il suo corpo era scosso da una specie di tremito. Come si era ridotto così? 

<Non va bene.> ripeté.

<Cosa succede K?> dissi, <Sembri tuo nonno.>

Una frase infelice lo so, e forse resa ancora piú miserabile dal fatto che era una delle ultime che stavo rivolgendo al mio amico. A saperlo avrei tirato fuori qualcosa di meglio.

K inspirò e poi sputò fuori tutto d’un fiato: <Lei non dovrebbe essere qui e nemmeno tu.>

Lo guardai senza capire.

<Io non volevo Joshua!>, gridò picchiando i pugni sul volante, <Sono stati loro a farmelo fare! Io ti ho sempre voluto bene amico, sappilo>. Come ebbe pronunciato l’ultima parola lo prese un sussulto, come se fosse stato colpito da un colpo di frusta. 

Preoccupato gli appoggiai una mano sulla spalla e per poco non la ritrassi all’istante. K era gelido. Potevo sentire il freddo irradiarsi dalla sua pelle. Sembrava di toccare una lastra di ghiaccio. Trattenni la mano, e sbirciai di sbieco il sensore della macchina. Segnava 26 gradi. Qualcosa decisamente non andava.

<Amico, tu sei malato.> dissi, <Non so cos’hai ma hai l’aspetto di uno che sta male sul serio. Bisogna che andiamo in ospedale il prima possibile. Scendi, fai guidare me.>

Fu allora che lui mi guardò negli occhi e pronunciò le sue ultime parole: <Joshua, perdonami.>

Lessi un cordoglio infinito nel suo sguardo e dopodiché accadde in un attimo. Ci fu uno schiocco ovattato, un suono di vetri che vanno in frantumi e il volto del mio amico mi schizzò addosso in una nuvola di sangue.

Qualcosa di terribile sta per accadere a Tranton. Dove troverà rifugio Joshua?

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33 Commenti

  1. Con un incipit così, come potevo non metterti un commento? In sei righe, hai creato le premesse per una grande storia: hai plasmato un protagonista che si dichiara oggettivo ma che intrinsecamente è inaffidabile perché scrive da un ospedale psichiatrico; ti sei inventato un amico, Kyle, che pare tutto meno che innocente e naive, e ci hai avvertito che a Tranton è successo qualcosa che ha stravolto la vita di Joshua. Il bello, però, è che non ti sei limitato a un super incipit, ma hai mantenuto le premesse negli episodi successivi: bella scrittura, allusioni messe al posto giusto nel momento giusto e descrizioni spaventose che sono molto da King. Il tuo è davvero un horror ben riuscito, sai il fatto tuo. Bravissimo, davvero. Non vedo l’ora di tornare a Tranton!

  2. Mi è piaciuto tanto il modo in cui hai descritto la comparsa della bocca e la reazione del protagonista. Mi ha ricordato molto “La nebbia” di Stephen King, con gli “insetti” attaccati ai vetri del supermarket. Non immaginavo niente del genere, avrei pensato piuttosto a una visita umana. Complimenti, ho votato per urlare e urlare…dovrà pur svegliarsi Big K, non potrà mica lasciarlo lì!

  3. Ho votato per la telefonata, anche se la visita notturna mi attirava e non poco. La storia si fa intrigante, sono bloccati lì…cosa faranno adesso? E poi quella ragazza col profumo alle more (bellissimo “un profumo che metteva nostalgia”), ho come l’impressione che ritornerà nei prossimi capitoli…complimenti, la tua storia mi sta piacendo sempre di più. 🙂

  4. Mi unisco ai complimenti, la situazione è stata descritta con il giusto numero di particolari, nè troppi nè troppo pochi, il giusto per far capire lo stato d’animo del protagonista e quanto gli intriga la ragazza 🙂
    Voto per la “visita notturna” che, si sa, è sempre qualcosa di misterioso 🙂

  5. Una stazione di benzina, una di quelle immerse nel nulla lungo una strada tutta dritta, magari. Sei stato molto bravo a presentare i personaggi descrivendo il tipo di relazione che c’è tra di loro, immergendoci totalmente nel punto di vista della voce narrante. Sono molto curioso di vedere cosa succede, cosa ci porterà a quello che ci hai fatto leggere all’inizio. Bravissimo!

  6. Ho votato per la tavola calda, mi piacerebbe vederli in un tipico Fast Food americano. Comincia a esserci qualcosa di misterioso nella vicenda, mi piace il tuo modo di preannunciare gli eventi che seguiranno senza però dire nulla di esplicito (Stephen King 🙂 ). Sappiamo già che il protagonista impazzirà o qualcosa di simile, ma quali saranno gli avvenimenti che ci porteranno lì? Lo scopriremo! Complimenti, bellissimo episodio.

  7. Molto bello l’incipit…dell’incipit ^_^ La presentazione del presunto pazzo è scritta veramente bene, sembra proprio di sentire il suo essere “senza speranza” nel momento in cui mette nero su bianco quelle parole.
    Ho votato per il parente con una bella cosa, un tipo così non mi sembra uno che conosce le ragazze su internet ^_^

  8. Sei veramente veramente bravo…è fantastico come nelle prime righe rendi tutto così verosimile. Inoltre scrivi benissimo e mi sembra di notare una leggera influenza da Stephen King (che adoro). Ho votato per la fiera. Se hai voglia e tempo ti invito a dare un’occhiata al mio racconto. È un horror, potrebbe piacerti. 🙂

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