Solo nell’oblio

Centoventisette.Dispari. Non dovrebbero essere dispari.
Ogni giorno due scatolette e una tacca sul muro. C’è scritto così.
Le tacche potrebbero anche essere dispari, sì, quelle sì, ma le scatolette no, dovrebbero sempre essere pari quando mi sveglio.

La stanza in cui mi trovo, grande e vuota, deve essere proprio quello che sembra, un vecchio magazzino in disuso. Mi guardo attorno. Non c’è nulla se non un tavolo da giardino, una sedia pieghevole e la branda dalla quale mi sono alzato. Dall’alto soffitto alcuni neon lampeggiano luce fredda.
La grande finestra, sul lato corto dello stanzone, è oscurata, i vetri sono tutti coperti. Mi ci sono avvicinato, una volta in piedi, e in un altro momento devo aver saputo che l’avrei fatto, perché lì c’è un messaggio, scritto con quella che deve essere la mia calligrafia.
Ricorda, ogni giorno due scatolette e una tacca sul muro. Conta i giorni.
Nero su bianco.
I barattoli aperti, quelli che ho davanti e che ho contato e ricontato, sono dispari e la loro quantità non si accorda in alcun modo coi segni sul muro. Da qualche parte deve esserci un errore, un errore che non posso rettificare. Sono certo che questo dovrebbe causarmi angoscia, o almeno fastidio, ma in verità non provo nulla, non è una cosa della quale riesca a preoccuparmi, adesso.
Rimango in piedi, davanti a una parete che sembra essere lì unicamente per reggere lattine e graffi, intonaco scrostato e numeri che non tornano, addosso la sensazione d’essere testimone di qualcosa al di là delle mie possibilità di comprensione. Non ho idea di che giorno sia, da quanto tempo abiti questo vecchio magazzino o che ore siano. Non sono nemmeno sicuro di sapere chi sono.

Seduto al tavolo, cerco di riordinare le idee, tra i cigolii della sedia di plastica che accompagnano ogni mio movimento, ogni mio pensiero.
Qualcuno devo pur essere.
E devo essere qui per un qualche motivo.
Non ricordo nessuna delle due cose, ma da qualche parte una risposta deve esistere, una verità.
Lo strano torpore che, inane, mi accompagna da quando mi sono svegliato è ancora lì, come un abbraccio, e fa sì che i miei pensieri vaghino. Una stanza vuota diventa una stanza piena di distrazioni. Lo sguardo si muove rapido sulle pareti spoglie, torna a contare le scatolette, i segni sul muro, i riquadri della grande finestra buia. Sono numeri che continuano a non dirmi nulla. Da fuori non arriva alcun rumore, come se il magazzino fosse insonorizzato o come se io non fossi più in grado di riconoscerli, i rumori lontani, e quindi di sentirli. C’è solo la sedia, che scricchiola. E i neon, sopra la testa, che friggono. Sono diciotto plafoniere, due file da nove. Quattro tubi per ogni lampada, sette non funzionano, undici vanno a intermittenza. Il loro ritmo mi sembra casuale, ma non per questo meno ipnotico. L’intonaco, sui muri, in molti punti è caduto. Negli angoli della stanza sono ammucchiati i calcinacci. Qualcuno deve averli spazzati lì, senza raccoglierli.
Mi alzo, inizio a rifare la branda. La coperta ha un motivo a rombi, rosso su rosso, toni diversi, almeno tre. Ho in mano il cuscino, sottile e senza federa, quando squilla un telefono. Fa il rumore dei vecchi telefoni a muro, quelli a disco. Ci metto un po’ per trovarlo.

«Ciao Nathan.»
La voce non la riconosco, è quella di un uomo. Il mio primo istinto è di riagganciare.
«Non farlo, Nathan. Non riagganciare.»
Il tono dell’uomo dall’altra parte del telefono è calmo, forse un po’ stanco, vuole essere rassicurante.
«Come fai a sapere che stavo per mettere giù?», gli domando.
«Perché è quello che fai ogni volta, Nat. Allora ti richiamo e tu non rispondi più, per ore, stai lì e fissi il telefono che suona, domandandoti chi sia io e chi sia Nathan.»
Resto in silenzio.
«Nathan sei tu, ovviamente.»
Quindi è così che mi chiamo, è questo il mio nome.

Come proseguiamo?

  • La conversazione prosegue, ma Nathan non si fida dell'interlocutore. (57%)
    57
  • Nathan resta in linea e cerca di capirci qualcosa, fidandosi dello sconosciuto che gli parla. (23%)
    23
  • Nathan riaggancia. (20%)
    20
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58 Commenti

  1. Voto per l’uomo coi baffi, anche se ultimamente in giro se ne vedono troppi. 😀
    Ma sono perché mi sono immaginato uno strambo scenario nel quale questo uomo non apre bocca, e quindi si rivela del tutto inutile.

  2. Ottimo ritmo, complimenti. Non ho letto tutti i commenti, ma penso che vi abbiano già detto che questa storia ricorda un po’ il film “Memento”, cosa che per me è un grosso complimento. Ho visto un altro film recentemente, “House Hunting”, in cui ogni giorno appaiono scatolette di cibo per le persone bloccate in una casa, ma quella del film in questione è una storia soprannaturale…

  3. L’idea è quella di dire che se aggancia sempre dovrebbe agganciare anche questa volta…ma noi entriamo nelle storie solo quando si strappa il cielo di carta altrimenti che senso avrebbe entrarci…Nathan cerca di capirci qualcosa!

    Cominciamo proprio bene!!!

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