mason stone the incipit chiara effe

[Ep. 5] Nido di Sangue

Episodio 5. ( [prevEp] – [nextEp] )
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I sigilli caddero come tessere di un domino. POLICE LINE DO NOT CROSS.
Il resto fu facile. Certe porte a volte sembrano chiuse ma hanno soltanto bisogno di un incoraggiamento. Mason aveva il suo tocco magico. Afferrò la maniglia e quando si appoggiò con tutto il suo peso il vecchio stipite tarlato si sbriciolò come pasta frolla.
L’appartamento dei Perkins si trovava al secondo piano di un palazzo popolare d’inizio secolo: non era grande abbastanza per una famiglia ma i Perkins non avevano avuto figli. Non ancora almeno. Forse non ne volevano. Elizabeth era ancora così giovane…
Ecco quella strana sensazione nel petto. Era come se, da quando l’aveva vista, distesa su quel freddo letto d’obitorio, Elizabeth gli si fosse insinuata sottopelle.
Mason si strofinò gli occhi. Era in piedi da due giorni. Gli serviva un caffè. Dopo però, aveva ancora qualcosa da fare. L’aria era viziata e il sole torrido di fine estate s’era preso una vacanza tutta in quel soggiorno. Per Mason non fu difficile immaginare la confusione delle indagini dopo il ritrovamento del cadavere: si respiravano ancora i sudori di tutti quei colletti blu che avanti e indietro calpestavano prove ed evidenze, sentiva l’odore dei flash della scientifica, l’eccitazione palpabile di qualche pivello, l’odore dei sigari scadenti di Matthews, la polvere di gesso tracciata là dove Elizabeth era caduta.
I vicini non avevano sentito niente. Non un suono, una risata, un pianto. Regolare. In un quartiere come questo più tieni la bocca chiusa e gli occhi bassi più probabilità hai di camminare con le tue gambe anche domani. Un tassista e una stenografa non potevano permettersi una vita migliore.
La stanza da letto era in ordine, le lenzuola non erano state violate, nessuno si era intrufolato per recuperare qualche effetto personale. Dove sei, Samuel Perkins?
I capelli di Elizabeth erano intrisi di un inconfondibile aroma di fumo ma nell’appartamento non c’era che una stufa che non aveva bruciato più nulla dall’inverno precedente.
Quando si era chinato sul corpo della povera ragazza Peterson aveva quasi avuto un infarto. Pensava che l’avrebbe baciata, tanto si era avvicinato alle sue labbra. Lo aveva strattonato.
«Che diavolo fai, Stone?! Sei impazzito?»
Mason era riuscito comunque ad ottenere quello che cercava: un’informazione.
E adesso cercava un qualche riscontro. La bocca della Perkins sapeva di bourbon. Non di quello dozzinale che gli scrittori falliti tracannano in cerca di oblio. Si trattava di uno di marca, uno corposo, uno concreto, uno di quelli che non ti lasciano ubriaco fradicio pantaloni alle caviglie. Se esageri quello ti stende e fine della commedia.
Ma anche di quello nessuna traccia. In cucina almeno. Mason controllò anche i nascondigli non convenzionali. Quelli propri di chi ha sposato la bottiglia: la cesta del bucato, il ripostiglio, tra le lenzuola del corredo matrimoniale, sotto il materasso. Nulla. Non che si aspettasse granchè ma faceva parte del lavoro.
Tornò in soggiorno, da Elizabeth. Forse non aveva nemmeno gridato. Forse non ne aveva avuto il tempo. Forse un gioco erotico finito in tragedia. C’erano troppe domande in quella storia. Era come cercare di catturare il buio. Si sedette pensieroso sul braccio della poltrona, proprio di fronte alla sagoma di Elizabeth. Prese il pacchetto di sigarette dal taschino e diede un colpetto. Troppo forte: ne vennero fuori due. Una riuscì ad afferrarla ma l’altra rotolò sotto la credenza di fronte. Imprecò e con una sigaretta cacciata all’angolo della bocca si chinò per recuperare l’altra.
Le dita ne riconobbero facilmente il profilo ma accanto sentirono qualcos’altro. Piccolo, leggero, dai bordi squadrati.
Mason prese anche quello. Una scatola di fiammiferi. Finitura dorata, semplice, elegante. Nessuna scritta, nessun nome di ristorante cinese, nessun indirizzo. All’interno ne mancava soltanto uno. Non era stato strappato di lato, abitudine che connota un uso sistematico, un controllo, un’azione programmata. Era stato preso dal centro. Un gesto distratto, di qualcuno che non pensa a cosa sta facendo, che magari deve fare presto, che non ha tempo.
Se lo mise in tasca e si diresse verso la porta d’ingresso.
«Ehi, che sta facendo? Metta le mani sopra la testa!» gli ordinarono. Due uomini in uniforme erano spuntati dal corridoio. Il ragazzino che gli aveva intimato con voce tremolante di non muoversi gli puntava la pistola d’ordinanza contro.
«Calma ragazzo o ti partirà un colpo. Questo è un cappotto nuovo».
«Faccia come le ho detto e nessuno si farà male».
«Jones, va bene così» disse il collega facendogli abbassare l’arma con un gesto della mano.
Mason si avvicinò, fece un cenno al sergente che lo ricambiò con lo stesso rispetto e sparì oltre l’uscio.
«Ma signore, perché mi ha fermato? Dovevamo arrestarlo!»
«Se vuoi un consiglio, figliolo, stai lontano da quell’uomo».
«Perché?»
«Perché è pericoloso. Come uno di quei cani che hai lasciato troppo sotto il sole».

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